Scritto da Giovanni Del Zanna il 31/03/2008

Barriere buone, barriere cattive

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A volte le barriere sono buone: barriere stradali, barriere acustiche, barriere di protezione, barriere termiche, barriere frangi flutti. In tutti questi casi le “barriere” ci proteggono, ci danno sicurezza: la barriera è l’elemento che ci protegge dalle condizioni avverse.
Altre volte, invece, le barriere sono cattive: barriere architettoniche, barriere culturali, barriere della comunicazione: barriere che ostacolano la nostra libertà, barriere che ci impediscono di andare avanti, che limitano il nostro agire, il nostro vivere in modo agevole, comodo, autonomo e sicuro.
Da qui parte la battaglia contro le barriere. La caccia alla barriera architettonica che limita la mobilità a molte persone, alla barriera sensoriale che impedisce al sordo di capire un messaggio o al cieco di leggere un cartello, alla barriera culturale che non permette al bambino con difficoltà di inserirsi nella scuola, alla barriera psicologica che spesso ci frena nella relazione con chi è “diverso” da noi, alla barriera sociale che non permette a tutti essere considerati con dignità.

Giusto quindi che ci si attivi per rimuovere e abbattere tutte le barriere.
Giusto dare a tutti uguali opportunità.

Tuttavia a volte ho la sensazione che la “guerra” contro le barriere non sempre sia positiva.


Spesso pensiamo che le barriere non siano un problema di tutti, ma che riguardino solo una parte della società, le persone che riteniamo appartenere alla categoria dei cosiddetti “disabili”. E poi lo sappiamo, i disabili non siamo noi, sono gli altri!
In questo modo vengono messe in evidenza sempre le solite barriere: il gradino, lo scivolo, la mancanza del corrimano, l’assenza di scritte a rilievo per i ciechi.

Si perde così quella che dovrebbe essere una visione positiva e costruttiva del problema: non solo barriere da rimuovere per alcuni, ma l’attenzione ad uno spazio – della casa e della città – attento alle esigenze di tutti.
Solo passando da una visione limitata ferma sul “rimuovere la barriera” ad una visione più ampia, rivolta al “progetto per tutti” (design for all) possiamo cambiare le cose e cogliere una dimensione più generale del problema.

Scopriamo così che non ci sono solo persone disabili in carrozzina, ma ci sono anche mamme con i passeggini. Non ci sono solo persone con le stampelle, ma ci sono anziani che si muovono con il bastone o con un carrellino-deambulatore. Non ci sono solo persone che non vedono del tutto, i ciechi, ma ci sono anche molti che portano gli occhiali e che hanno grossi disturbi della vista.
Il mondo non si divide tra disabili e non, la gente è l’insieme di persone diverse, diverse per età, per cultura, per idee, per abilità/inabilità, diverse… per mille motivi. E la diversità è un bene, non un male, anzi è una ricchezza da saper cogliere in tutte le situazioni.

Progettare meglio, senza barriere, vuol dire anzitutto porre attenzione ai reali problemi della gente. Pensare ai bambini, ai ragazzi, alle mamme e alle famiglie, agli anziani e alle persone in difficoltà. Pensare a chi ha bisogni particolari e a chi ha meno abilità, o che ha delle abilità diverse.
Si apre quindi uno scenario progettuale molto vasto, non costituito più dai soliti quattro elementi che formano la classica idea di barriere, ma da mille possibilità di soluzioni che ponendo maggiore attenzione a spazi, colori, illuminazione, arredi e attrezzature possono portare alla realizzazione di ambienti di vita in cui stare tutti bene.

Abbattiamo allora le barriere, ma per costruire un mondo migliore!


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