Verona e la "casetta" accogliente per nonni e nipoti

Scritto da Alessandra Cicalini il 10-09-2010

Lo stabile è arancio, un colore che simboleggia bene le relazioni più importanti, come quelle che si stanno cementando al suo interno: all’inizio, i circa 1.200 bambini, adulti e anziani che frequentano il Centro intergenerazionale nato tre anni fa (foto a sinistra) per iniziativa del Comune di Verona e delle associazioni Aribandus e Azalea, lo chiamavano semplicemente “la casetta”. Solo dopo, man mano che gli incontri casuali tra loro diventavano sempre più assidui, lo spazio è stato battezzato con il nome di “Casetta Maritati”, in onore di un ragazzo vittima di un attentato terroristico sul finire degli anni Settanta. Rosso come la memoria è invece il filo che lega le attività sviluppate dal centro veronese dal 2007 ad oggi, i cui principali depositari sono gli anziani, che già dai primi giorni, osservando i comportamenti delle generazioni più giovani, pronunciavano spesso la rituale frase “ai tempi miei invece succedeva così…”. E del resto, i primi tempi, non tutti tra loro desideravano avere a che fare con i bambini. Qualcuno, anzi, non ne sopportava l’eccessiva vivacità; per questo, inizialmente, le due anime della casa preferivano starsene ognuna nella parte di spazio loro riservata: quella per i bambini molto piccoli e i loro genitori (ma anche per i ragazzi fino a 12-13 anni) e quella per gli anziani. Pian piano, però, qualcosa è cambiato, spesso proprio per iniziativa delle “pericolose” piccole creature, che hanno cominciato a sconfinare nella stanza dei loro coinquilini per guardare che cosa stessero combinando con i colori e le tele durante il laboratorio di pittura, fino ad arrivare alla fine a dipingere direttamente con loro.
Del lento processo di avvicinamento e di molto altro parla Elisabetta Masotto, educatrice di Aribandus e responsabile del progetto Torototela, nell’ambito del quale sono stati prodotti tre diversi documentari sugli anziani del centro e i loro racconti. L’ultimo è stato presentato di recente durante le sere d’estate in casetta e s’intitola “Se i sarà fiori i fiorirà”. Nel video scorrono i ricordi adolescenziali del corteggiamento, risalenti a tempi in cui, per fidanzarsi ufficialmente, bisognava chiedere il consenso dei genitori, e per avvicinare una ragazza si doveva andare in chiesa. Il film è stato realizzato da Nicoletta Vicentini, che ha curato anche “La vita l’è longa”, dedicato ai giochi dell’infanzia di una volta. Un terzo documentario dal titolo “Racconta il nonno” è stato presentato in occasione della Festa dei nonni, il 2 ottobre dello scorso anno. I filmati sono il frutto più visibile del metodo seguito dal centro veronese per favorire il dialogo intergenerazionale, basato sulla narrazione autobiografica. Protagonisti sono innanzitutto i nonni, veri o “adottati” lì per lì dai più giovani, e questi ultimi, preziosi testimoni di storie altrimenti destinate a scomparire. In soli tre anni, il patrimonio di parole, sguardi e affetti accumulato è già grande ed è proprio per questo che i responsabili del centro stanno pensando a come lasciarne più duratura traccia anche al di fuori della casetta: “Molti ci chiedono di poter guardare i nostri filmati – riferisce Elisabetta – disponibili nella nostra biblioteca: per questo stavamo pensando alla possibilità di metterli sul Web, ma non sappiamo ancora come e quando”. Chissà se ce la faranno per la prossima festa dei nonni, ma in ogni caso, prima o poi succederà, visto l’entusiasmo palpabile già dalla giovane voce della coordinatrice del progetto Torototela (le cui attività sono state di recente ampliate con il contributo della Cariverona),
chiamato non a caso come il cantastorie della tradizione popolare veneta.
Giovani, tra l’altro, sono anche gli altri operatori di Casetta Maritati (“abbiamo tutti dai 24 ai 35 anni”, dice infatti Elisabetta),
il che ha contribuito, probabilmente, a rendere unica l’atmosfera che si respira nel centro veronese, insignito lo scorso anno dal Dipartimento delle politiche familiari della Presidenza del Consigli dei ministri con il Premio Amico della famiglia 2008. “Il nostro punto di partenza è stata la formazione del gruppo, senza fretta, favoriti anche dal Comune che ci ha dato tempo”, prosegue la responsabile di Aribandus, che conclude: “I risultati si vedono: gli anziani hanno cominciato a portare da casa gli oggetti che non usavano più e il luogo è diventato sempre più accogliente“. Una piccola casa, appunto, da cui partire e tornare, in tutte le fasi della vita.

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