Scritto da Luciana Quaia il 22/02/2012

Vivere le emozioni

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Inattese e impreviste, fugaci e mutevoli nelle loro variabili sfumature, fonti di impaccio o di ispirazione, nel buio degli abissi o nel celeste del sublime … stiamo parlando di emozioni, vita e colore della nostra esistenza.
E’ complicato spiegare razionalmente che cosa sono le emozioni, essendo le stesse ambivalenti per definizione.
Se prendiamo in considerazione la radice etimologica (dal latino emovère),
avremo una prima conoscenza di questa esperienza, che accanto al “sentire” affianca  lo smuovere, il trasportare fuori, lo scuotere.
Il Ventesimo secolo ha visto le varie scuole psicologiche impegnate nella costruzione di teorizzazioni idonee a spiegare che cosa accade quando ci emozioniamo.
Le caratteristiche comuni evidenziate dai diversi studi riguardano la componente fisiologica (che cosa accade nell’organismo),
la componente motoria (come si esprime) e la componente esperienziale (che cosa si sente).
Fisiologicamente, quando proviamo un’emozione vengono suscitate risposte visibili a livello corporeo sia esterno, sia viscerale. Il “movimento” delle emozioni infatti si manifesta nell’attivazione dei sistemi nervosi centrale e autonomo e del sistema endocrino (aumento della frequenza cardiaca, maggiore produzione ormonale, alterazione del ritmo respiratorio, sudorazione, rossore, pallore) e attraverso modificazioni delle espressioni del viso, dei toni della voce, della gestualità corporea. Tali cambiamenti avvengono in situazioni particolari e hanno durata estremamente variabile, in base alla forza emotiva sperimentata.
Ma è possibile catalogare le emozioni? Di quali termini fa uso il nostro vocabolario per poter descrivere le diverse tonalità che esse rivestono? Stati d’animo, umore, passione, sentimento, sollevamenti di spirito, tensione, carica energetica …
c’è accordo nel riconoscere come emozioni primarie le seguenti: collera, tristezza, paura, gioia, amore, sorpresa, disgusto, vergogna, ma ognuna di queste, a seconda del grado di intensità con cui viene espressa, può assumere sottili variazioni e quindi richiedere nuovi termini per essere definita.
Prendiamo esempio dalla tristezza. Daniel Goleman nel suo testo Intelligenza emotiva propone le seguenti voci per tentare di distinguere i suoi diversi gradienti: pena, dolore, mancanza d’allegria, cupezza, malinconia, autocommiserazione, solitudine, abbattimento, disperazione e, in casi patologici, depressione. l’autore, inoltre, considera che l’elenco disponibile nel nostro vocabolario non risolve il problema: “come considerare le emozioni miste  quali la gelosia … o dove collocare le virtù quali speranza e fede … o alcuni dei vizi più classici, sentimenti quali il dubbio, la pigrizia, la noia? Non ci sono risposte chiare: il dibattito scientifico sulla classificazione delle emozioni prosegue”.
A livello popolare, tale disputa si risolve con la scelta di metafore corporee o di colori: essere accecati dall’ira, o vedere rosso; restare impietriti dalla paura o avere una fifa blu; volare a tre metri da terra per la gioia o vedere tutto rosa e fiori; avere un nodo alla gola per la tristezza o vedere tutto nero; essere verdi dalla bile per l’invidia o condurre una vita grigia per la noia. Gli esempi potrebbero continuare ad oltranza, tutti finalizzati a cercare una distinzione fra i diversi stati d’animo.
d’altro canto a livello esperienziale verifichiamo quotidianamente come l’emozione rivesta un ruolo centrale non solo intimamente nei processi psichici o cognitivamente nella soluzione di problemi, ma anche nei legami sociali.
Sempre nell’accezione del “movimento” possiamo considerare una componente motivazionale dell’emozione, poiché, a seconda dell’evento che stiamo vivendo, essa “spinge” ad intraprendere un’azione per soddisfare un bisogno o per risolvere una difficoltà, obbligandoci a valutare tutti gli aspetti del momento legati a quell’avvenimento. Ma ci sono casi in cui l’elemento razionale passa in second’ordine. Per esempio collera e paura si possono manifestare con tale rapidità da non renderci nemmeno consapevoli del loro insorgere, ma quando il sentimento precede il pensiero è perché il nostro organismo in quell’istante percepisce una situazione di attacco.
Certamente il valore dell’emozione negativa non è sempre protettivo e adattativo. Quante volte ascoltando certe notizie di cronaca sentiamo commentare che l’opinione pubblica in quel momento è pervasa dall’emotività e quindi non è in grado di capire la misura di certe azioni!
Questo ci fa riflettere sul rapporto culturale che intratteniamo con la nostra vita emozionale. Fin dall’infanzia essa viene considerata come qualcosa da relegare nella zona più intima e da salvaguardare dallo sguardo altrui. E’ più diffuso il precetto del che cosa non si deve fare, di un’attenzione a reprimere le emozioni piuttosto che ad esprimerle.
Chi di noi non vanta almeno un ricordo sulle raccomandazioni ricevute nell’età verde: non si piange davanti agli altri: “non fare il bambino”!; non si ride sguaiatamente in pubblico perché non sta bene; a tavola con gli altri bisogna contenere la propria esuberanza perché non è educato …
In questi casi un’emozione sovrasta le altre: quella della vergogna di provare emozioni. Come se fosse meglio mantenerle nascoste piuttosto che renderle manifeste e visibili agli occhi di tutti.
Possiamo inserire in questo ambito culturale la differenza di genere che il tema implica.
E’ forse solo un sorpassato stereotipo pensare che esistano emozioni al maschile o al femminile? Generalmente quelle dell’uomo corrispondono a stati d’animo sperimentati in uno spazio esterno: il coraggio, l’orgoglio, la temerarietà, la collera, la ricerca, l’avventura.
l’universo emotivo femminile, invece, è più centrato in uno spazio interno: la paura, il pianto, l’amore. Così come alla donna è più riconosciuta l’incapacità di controllare i propri sentimenti, all’uomo è preclusa la possibilità di esibire le emozioni (“non fare la femminuccia”).
Certo è che se le emozioni vengono ritenute segno di debolezza o indicatori di temperamento vulnerabile, imparando a reprimerle diventa sempre più difficile poterle riconoscere quando si manifestano e si corre il rischio di esserne sopraffatti e diventarne quindi vittima.
Infatti un altro modo di classificare le emozioni è pertinente alla psichiatria, dato il carattere patologico che possono assumere.
Ci si può per esempio ammalare di fronte alla bellezza? l’esperienza estetica a contatto con le opere d’arte suscita sensazioni impreviste, che danno nuove intensità all’abituale sensibilità. Eppure può capitare che l’essere immersi in ambienti saturi di memoria e di storia – come possono essere alcune nostre città italiane – provochi uno stato di disagio, sentimenti di angoscia, nostalgia e struggimenti non ben definibili. E’ la sindrome di Stendhal, che colpisce viaggiatori moderni poco inclini a misurarsi con la percezione appassionata che l’oggetto estetico smuove.
Vi sono poi veri e propri disturbi delle emozioni nei quali ci si sente intrappolati in uno stato di alterazione più o meno grave: la collera può diventare violenza (“è stato colto da raptus”),
la paura in panico, la gioia in euforia maniacale, la tristezza in depressione.
Fino ad arrivare all’incapacità di saper descrivere i propri sentimenti, come nel caso dell’alessitimia, il cui vuoto emozionale congela la persona, impedendole favorevoli relazioni con gli altri.
Fin qui parrebbe proprio che l’incontro con le emozioni sia principalmente assimilato allo scontro.
Eppure la nostra vita mentale necessita della mente razionale – che pensa – e della mente emozionale – che sente.
Come educare quindi i sentimenti? Ancora Goleman ci orienta nel labirinto: innanzi tutto conoscendoli, poiché il controllo delle emozioni è possibile solo quando si riesce a viverle fino in fondo e a riconoscerle come facenti parte di sé. In questo modo sarà più facile adottare strategie di autocontrollo quando ci si rotola “dentro”. Il passo successivo sarà una maggiore facilità nel decidere l’azione da intraprendere, poiché avendo appreso a cogliere i nessi tra pensiero e sentimento, sarà più semplice distinguere sotto quale influsso si agisce. Di conseguenza, il senso di autorealizzazione e autoefficacia si rinforza. Inoltre, acquisire maggior confidenza personale con i propri stati d’animo mette nelle condizioni di comprendere meglio anche le persone che ci stanno accanto e quindi perfezionare l’arte delle relazioni interpersonali.
Una capacità che si sviluppa in ogni età della vita, se siamo predisposti a lasciarci sorprendere dalle emozioni e dal loro mistero.
E una riprova la possiamo ottenere andando ad esaminare i risultati di alcune ricerche sui comportamenti emotivi nell’invecchiamento.
Se mettiamo in disparte le giuste reazioni depressive di fronte agli eventi percepiti come perdite (del lavoro, del coniuge, della salute, dell’autonomia) che ovviamente determinano risposte emotive di carattere negativo, vedremo che gli anziani presentano, rispetto ai giovani, una migliore capacità di autoregolazione e di controllo delle emozioni, probabilmente per evitare inutili conflitti o situazioni troppo cariche emotivamente rispetto a eventi stressanti. Per di più sanno selezionare i rapporti umani percepiti gratificanti, privilegiano le emozioni positive e le sanno descrivere come altamente centrali nella loro vita. Sappiamo infatti che ogni esperienza di vita viene accumulata nella memoria a lungo termine ed è proprio da questo magazzino che la persona anziana sa recuperare i ricordi emotivi, che, essendo i più pregnanti, vengono maggiormente rievocati.
Forse, viene da concludere, per conoscere e accogliere con benevolenza queste imprevedibili cariche energetiche non serve misurarle, ma, molto più semplicemente, viverle e raccontarle.

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