Operatore e paziente in comunicazione "kinaesthetica"

Scritto da Stannah il 16-11-2010

Per entrare in comunicazione con un paziente grave, occorre molta consapevolezza di sé, a partire da come ci si muove nello spazio. Sulla “scienza della percezione del movimento” si base la kinaesthetics, detta in italiano kinaesthetica, una forma di assistenza molto innovativa inventata negli Stati Uniti una quindicina di anni fa e da poco arrivata anche in Italia. Ne ha parlato qualche settimana fa l’area news del Centro Maderna, che che ne ha specificato anche gli obiettivi. 
Destinatari
dei corsi di kinaestetica sono prima di tutto gli operatori socio-sanitari che lavorano a contatto con pazienti con deficit motori e psichici; ma in ultima istanza, a beneficiarne sono proprio questi ultimi, dal momento che apprenderanno da chi li “manipola” a usare al meglio le proprie capacità motorie residue. Chi è addestrato secondo i principi della kinaesthetica sa infatti che non si costringe una persona che fatica a camminare a spostarsi da una parte all’altra, bensì la si asseconda ponendogli eventualmente davanti degli ausili che gli rendano meno gravoso il percorso. L’assistito non è insomma un sacco da portare da qui a là, ma una persona che potrebbe anche semplicemente preferire non muoversi affatto. Ed è per questo motivo che nella kinaesthetica conta moltissimo anche la comunicazione non verbale, ossia il linguaggio del corpo con cui tutti noi diciamo spesso molte più cose di quanto non facciamo con le parole.
Il primo ad addentrarsi in questo campo – riferisce la già citata notizia – è stato l’Alto Adige, ma da qualche tempo anche a Brescia sono stati organizzati corsi ad hoc per gli operatori di una fondazione della città che si occupa di assistenza socio-sanitaria. Interessanti sono i commenti di alcuni partecipanti, per esempio quello dell’operatore che dice: “Ho migliorato l’attenzione per il mio corpo e per quello dei malati” per cui adesso “non sposto passivamente i ricoverati, ma mi muovo con loro”. Un risultato del genere non sarebbe possibile se non si creasse una sintonia tra chi cura e chi è curato e a quest’ultima non si potrebbe arrivare se non ci fosse grande rispetto, soprattutto da parte dell’operatore. Quello del paziente arriverà di conseguenza.
Voi come la pensate? Conoscevate la kinaesthetica? Affidereste i vostri familiari a strutture che la praticano? Raccontateci la vostra esperienza, vi aspettiamo.