Scritto da Luciana Quaia il 22/11/2012

Vicino a chi muore

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Posare lo sguardo sul patimento di una persona amata che sta avvicinandosi alla fine è un compito difficile e pesante che riflette l’incapacità umana ad accettare la sofferenza, così come spiegano le parole di Salvatore Natoli nel suo La felicità di questa vita: “L’esperienza del dolore, intesa come circolarità tra danno e senso, non coincide con la pura e semplice sofferenza fisica, ma produce una lacerazione tale da far percepire agli uomini la propria condizione come del tutto insensata, incomprensibile. Il dolore, non tanto quanto è forte, ma soprattutto quando è grave, quando è strettamente imparentato con la morte, spinge gli uomini sulla soglia della disperazione”. 
La malattia, quando diagnosticata come infausta, porta alla luce nel familiare che assiste non solo la difficoltà di gestire il proprio tormento, ma anche la necessità di ridefinire ruoli, funzioni, modalità relazionali e comunicative con il congiunto da assistere e con il resto della famiglia.
Si può rilevare inoltre che tale drammatico evento diventa circostanza per evidenziare il complesso intreccio di relazioni sviluppate nel corso del tempo tra malato e suoi familiari (che sicuramente condizionano le capacità di fronteggiare la nuova condizione) nonché la maturità nel pensare al proprio processo di preparazione ed elaborazione del morire. E’ assai raro, infatti, che all’interno della cerchia familiare tale tema venga affrontato ed è quindi inevitabile che ognuno di noi vi giunga impreparato.
Le reazioni difensive attraversate dal familiare nella terminalità del proprio caro non si discostano molto, se non per gradi di intensità, da quelle attivate dallo stesso malato. Troviamo perciò una prima fase legata al rifiuto della consapevolezza dell’imminenza della fine; una seconda che può essere caratterizzata da un’iperattività finalizzata a spostare l’angoscia percepita; una terza in cui si possono manifestare depressione e sensi di colpa e infine una quarta connotata da una più o meno rassegnata resa alla realtà di morte.
l’aumento dell’attività, in particolare, è generato dal desiderio di “distrarsi”, di impedirsi il confronto diretto con i sentimenti e i pensieri angoscianti generati dalla paura di perdere la persona amata, ma verosimilmente anche finalizzato al tentativo di proteggere il morente dalla dolorosa consapevolezza della sua condizione, proponendogli la partecipazione a comportamenti ancora vitali, come ad esempio ostinarsi ad imboccare nonostante la dichiarata inappetenza o obbligare all’alzata dal letto.
l’incapacità di affrontare ciò che sta accadendo causa anche distorsioni comunicative, di cui la più diffusa è quella definita “congiura del silenzio”, fenomeno teso a evitare ogni riferimento relativo all’avvicinarsi della morte. Questo atteggiamento ha come effetto quello di suscitare sfiducia e di intensificare il senso di isolamento e solitudine del malato, che vorrebbe, dal canto suo, poter condividere le sue percezioni in un clima di affetto, comprensione e reale vicinanza.

Il potersi reciprocamente esprimere emozioni e sentimenti è uno dei fattori che lo psiconcologo David Kissane considera per distinguere famiglie funzionali, caratterizzate da forte coesione e capaci di risolvere conflitti, o disfunzionali, colpite cioè da bassa coesione e vissuti depressivi. Kissane fissa così cinque tipologie – dalle famiglie supportive a quelle cupe – utili ad identificare adeguati programmi di trattamento (Family Grief Therapy) nella fase del lutto.
Lo psicoterapeuta Enrico Cazzaniga, invece, analizzando i processi relazionali familiari nella malattia oncologica, identifica otto categorie di famiglie, fra le quali: la rigida, che presenta un basso livello di espressione delle proprie emozioni e un’alta tendenza alla razionalizzazione; la rifiutante, che squalifica qualsiasi intervento esterno; la muta, che utilizza il silenzio come forma protettiva per se stessa e per il morente, di cui sottovaluta la capacità di affrontare la situazione.
Resta tuttavia difficile operare una classificazione dei comportamenti che si possono manifestare in quello che usualmente viene definito lutto anticipatorio. Sensazioni di stordimento e di impotenza, apprensione accompagnata da rabbia o attacchi di panico, impressione di irrealtà e di pensiero bloccato fanno parte di quelle fasi poco sopra elencate e che possono assumere un andamento diverso a seconda del tipo di legame che si ha con il morente.
E’ chiaro che quanto più si escluderanno informazioni sulla realtà della patologia, tanto più complesso diventerà il raggiungimento dell’accettazione. Negando la gravità della malattia, infatti, il familiare sarà più propenso a spingersi verso i cosiddetti viaggi della speranza, alla ricerca continua di nuovi specialisti o trattamenti miracolosi per scongiurare la morte. Questi processi psicologici potranno sovrapporsi o influenzare quelli attraversati dal malato, peggiorando ulteriormente il suo stato esistenziale.
Viceversa, il riconoscimento delle emozioni vissute aiuterà a intraprendere una comunicazione aperta e franca col proprio assistito, affrontando le problematiche da lui poste, rispettando i suoi tempi e le sue modalità, fornendogli le opportune informazioni per contenere le sue paure. E a vivere anche la gioia, come si legge nel Diario di un dolore di Clive Staples Lewis: E’ incredibile quanta felicità, e persino quanta allegria, abbiamo a volte conosciuto insieme, dopo che ogni speranza era scomparsa. Come abbiamo parlato a lungo, quietamente, nutrendoci l’uno con l’altra, quell’ultima sera!”.
La verità più realistica è quella di essere veri: non trattenere le lacrime, non indossare maschere, non nascondersi dietro l’attivismo, bensì accettare la propria debolezza di fronte alla morte, dare un senso al tempo che resta da vivere, vivere straordinariamente tutti gli eventi minimi che capitano ogni giorno.
Perché ogni mattina presenta un giorno da vivere, quindi è importante valorizzare ogni momento, compresa la cura dell’ambiente quando la persona è ormai allettata: quadri, fotografie, oggetti cari, animali amati.
l’acquisizione della consapevolezza si renderà soprattutto necessaria negli ultimi giorni, quando lo stato di indebolimento si accentua, le parole divengono superate e il morente lentamente comincia a distaccarsi dagli apporti esterni e diventa più introspettivo, alla ricerca della propria vita passata per rintracciarne valore e significato, fino a concentrarsi esclusivamente sull’esperienza che sta attraversando, così simile, secondo la bella espressione dello psicanalista Michel de m’uzan ” ad un parto di se stessi, un tentativo di mettersi completamente al mondo prima di scomparire”. un’esperienza certo non semplice, ma necessaria per adattarsi al passo finale.
Così scrive Edoardo Albinati in Vita e morte di un ingegnere: “Il malato non può più prestare attenzione al mondo, perché non ne fa più parte. Fino a un certo punto l’attenzione di mio padre fu accesissima, frenetica, voleva sapere, tenere sotto controllo, girava gli occhi su ogni cosa o persona per capire cosa stava succedendo. ..Poi di colpo quell’attenzione morbosa sparì. Da un momento all’altro lui non c’era più”.
E’ questo il momento più difficile per il superstite, chiamato a misurarsi con la propria impotenza o a scontrarsi con i sensi di colpa legati al desiderio di morte del proprio congiunto a causa di un’agonia troppo lunga.
Chiamato a misurarsi con l’accettazione dell’inevitabile e con l’accettazione di poter essere solo presente con tutto se stesso, proteso verso quell’intimità racchiusa nel saper andare verso il dolore dell’altro e accoglierlo come ultimo dono d’amore.