Scritto da Alessandra Cicalini il 10/12/2013

Donatella Di Pietrantonio e la malattia del genitore anziano, un dolore che fa crescere

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Molto spesso si associa alla parola modernità la fine del legame tra noi umani e la ciclicità delle stagioni. E se di per sé non è un male vivere in case calde e disporre di carne, frutta e verdura in ogni momento dell’anno, è pure altrettanto vero che ci siamo fin troppo abituati a una sorta di eterno presente, solo all’apparenza asettico e indolore. È questa una delle molte ragioni che rendono Mia madre è un fiume di Donatella Di Pietrantonio uno dei romanzi più completi della letteratura italiana contemporanea.

In sole 177 pagine, infatti, questa scrittrice abruzzese, nativa di Arsita, un piccolo paese del Teramano alle pendici del Gran Sasso, ma da anni residente nell’incantevole Penne, in provincia di Pescara, è riuscita a parlare di natura, di tradizioni rurali arcaiche, di migrazioni, di maternità e di filialità, e poi di malattia, di morte e alla fine di speranza. Quest’ultima, a dirla tutta, affiora appena sopra l’atmosfera resa dolente dalla demenza senile che ha colpito troppo presto la madre della protagonista, una giovane donna dal temperamento ribelle e poco incline al perdono.

Pagina dopo pagina, l’autrice ci spiega il perché di questa rabbia sorda verso una madre troppo a lungo distante negli anni delicati della fanciullezza e verso una società contadina insieme rigida e ferina. Il sentimento negativo della protagonista finisce però presto per stemperarsi in una sorta di lucida tenerezza, conseguente alla presa di coscienza acquisita della medesima di essere diventata l’unica stampella per questa donna ormai piegata da una malattia che l’ha resa così diversa da com’era un tempo.

Giorno dopo giorno, Esperina Viola, questo il nome che l’autrice abruzzese ha voluto dare all’anziana malata, si trasforma dal fiume che era, per via dei suoi capelli, “scuri e sottili che la corrente divideva ai lati del viso”, come si legge nel libro, in “un albero”, con i rami alti, difficili da raggiungere per una bambina, sotto la cui ombra, però, la stessa poteva per lo meno riposare, precisa ancora la scrittrice. Ora che quest’ombra quasi non c’è più, urge parlare, raccontare, fare memoria, ci dice ancora il libro.

Lasciare tracce delle persone che abbiamo amato, della storia nuda e cruda vissuta insieme con loro, è un’esigenza fortemente sentita da Donatella Di Pietrantonio. L’autrice ha appena chiuso il suo secondo romanzo dedicato, non a caso, all’Aquila e alle ferite lasciate dal tragico terremoto del 2009, come ha raccontato nell’intervista che segue. Buona lettura.

 

Nella brevissima biografia riportata nella quarta di copertina del suo libro, si legge che scrive normalmente racconti, fiabe e poesie: perché ha scelto la forma romanzo in questo caso?

Data la vastità degli argomenti, non mi sembrava di poterli trattare altrimenti che con una forma più distesa e più complessa che mi desse la possibilità di renderne tutte le sfaccettature. Nel libro affronto infatti il rapporto madre-figlia, la questione della malattia, delle radici, dell’emigrazione della generazione che mi ha preceduta e della cultura arcaico contadina che caratterizzava questo territorio fino a poco fa. Insomma, anche se il racconto breve è la forma che mi è più congeniale, non era la più consona in questo caso.

Le è stato difficile distendere la sua scrittura?

Direi di no: in fondo, è come se avessi messo insieme tanti racconti brevi, ciascuno dedicato a uno degli aspetti che le dicevo poco fa, tutti però uniti dal filo di questo difficile rapporto madre-figlia. Mi è venuto insomma naturale, al punto che quasi non me ne sono accorta.

La lingua che usa nel suo libro è molto curata e solo a tratti affiora il dialetto delle sue origini, che poi sono anche le mie: penso per esempio alla parola “coccione”. Come e perché ha voluto lasciarne traccia nelle sua pagine?

Anche in questo caso in modo naturale. Tuttavia, non volendo fare una oleografia dell’Abruzzo, ho cercato di usare i termini dialettali solo quando mi sembrava che avessero una pregnanza superiore rispetto ai corrispondenti in italiano. “Coccione”, ad esempio, rende molto di più l’idea di testardo. L’uso del dialetto, in sostanza, è stato molto ragionato, ma nello stesso tempo si è basato sulle parole che mi sono sgorgate dal cuore. Nella prima stesura ce n’erano infatti molti di più, nella seconda tutto è stato ripreso, con il risultato che ne ho acquisito una consapevolezza maggiore.

L’emigrazione è un tema che ricorre spesso e che sembra toccarla anche personalmente: è così?

Sì, ho vissuto sulla mia pelle di bambina l’assenza del padre, migrante.

Che cosa pensa dell’immigrazione attuale verso l’Italia e della nuova emigrazione di giovani e meno giovani italiani degli ultimi anni?

Vedo molte analogie tra quello che hanno vissuto mio padre e i miei zii, ma al contempo mi capita di notare come gli stessi sembrano aver dimenticato quel che hanno vissuto. Sento spesso in loro quella resistenza e quella diffidenza che hanno conosciuto quand’erano dall’altra parte. E lo trovo stupefacente. Venendo invece al secondo fenomeno, credo che sia ugualmente negativo perché racconta una chiusura di orizzonti sul futuro, almeno da noi. Nello stesso tempo, ci dice quanto i confini nazionali siano diventati labili, in favore di una libera circolazione di persone e competenze. In ogni caso, non dobbiamo dimenticare che lo sradicamento, più o meno volontario, è comunque doloroso nella maggior parte dei casi.

Ed è anche una delle cause della rimozione psicologica che si pratica una volta che ci si è lasciati alle spalle un dolore: non trova?

Sì, certamente. Mi capita spesso di pensare a quante operazioni di rimozione attuiamo pur di respingere ciò che non ci piace. Ed è questa anche un’altra ragione che mi ha persuaso a dare memoria pure degli aspetti più crudeli del passato arcaico rurale, considerato che è tutto appena dietro le nostre spalle. Sono convinta che se non c’è memoria, non ci può essere nemmeno evoluzione.

Si potrebbe dire che il suo libro compia anche un’operazione culturale e civica, quindi?

Sì, e ancora di più ho sentito questa urgenza morale nell’affrontare il secondo romanzo sull’Aquila, che si apre a tre anni esatti dal terremoto del 6 aprile del 2009. Anche in questo caso, al centro c’è un lutto terribile che colpisce una famiglia, ma in generale ho parlato di quello che non si sta facendo per la ricostruzione, della città e all’interno delle famiglie, oggi alle prese con suicidi, depressioni, malattie, insomma con una forma ancora più terribile di terremoto.

Quando uscirà il nuovo libro?

Tra febbraio e marzo dell’anno prossimo.

Bene… tornando a Mia madre è un fiume, oltre alla malattia della madre della protagonista, si sofferma anche sugli attacchi di panico di quest’ultima e in generale sul disagio psichico: a suo giudizio, quanto può essere catartico per ognuno di noi, anche per chi non scrive per mestiere, fissare sulla carta i propri disturbi interiori per cercare di metabolizzarli ed eventualmente di superarli?

È molto importante, non solo usando la carta, ma anche altri supporti, come la scultura, la pittura. In generale, qualunque forma espressiva che porta fuori di noi e fissa su supporto materiale la nostra sofferenza può essere di grande aiuto. E anche se non credo nelle guarigioni catartiche, oggettivare il dolore in qualche modo, renderlo reale, metterselo di fronte, significa anche poterlo guardare.

Venendo invece alla demenza senile che affligge la madre Esperina Viola, come si è documentata sull’argomento?

Conosco bene delle persone malate…

Che cosa pensa del rapporto medico-paziente?

Considerando che sono un’odontoiatra, credo di avere ancora una visione ottocentesca della professione medica: secondo me, un medico può curare solo con la sua umanità. Diversamente, siamo tutti capaci di somministrare farmaci.

Molto chiaro e diretto, esattamente la stessa modalità che adotta nel tratteggiare il dolore per la malattia del genitore: pensa con il suo libro di aver dato voce alle molte persone che vivono tutti i giorni esperienze simili?

Sarei contenta se fosse così e in effetti, nelle molte presentazioni che ho fatto, ho ricevuto tantissime testimonianza di questo: diverse persone si sono sentite rifrancate e rassicurate, ma sa da che cosa in particolare?

Da che cosa?

Molte donne adulte, figlie di madri simili alla protagonista del mio libro, che hanno sofferto per non aver ricevuto sufficienti coccole, carezze e altri gesti d’affetto durante l’età della crescita da queste donne troppo lontane spesso per ragioni non dipendenti dalla propria volontà, si sono sentite aiutate nel riconoscere i sentimenti negativi che hanno provato verso di loro. Si sono insomma riconosciute nella protagonista che racconta di non aver in fondo perdonato la madre, ma finalmente si sente autorizzata a dirlo. Perché, vede, c’è un altro aspetto su cui c’è ancora una forte rimozione collettiva: il fatto di poter provare rabbia, rancore e persino odio verso nostra madre, soprattutto se si è donne.

Dice questo perché alle donne italiane viene comunque ancora demandato il ruolo dell’accudimento?

Sì, ed è un problema che ho avvertito in maniera simile in tutte le parti d’Italia: e guardi, se trovo in fondo naturale e umano che alle donne si associno concetti un po’ stereotipati come l’accudimento, l’inclusione e l’accoglienza, dovrebbe essere altrettanto naturale riconoscere l’ambivalenza, la dualità di sentimenti verso la propria madre anche nelle bambine.

Secondo lei, viviamo in una società che ha rimosso la morte?

Sì, assolutamente. È la nostra fonte più grande di rimozione, perché è l’angoscia più grande che possiamo provare. Del resto, la psicanalisi l’ha indagata in tutti i suoi aspetti. Le difese intorno a questo sentimento sono fortissime e non sempre adeguate.

Forse la società contadina aveva un rapporto più sincero con il ciclo della vita: penso anche all’uccisione del maiale, che lei descrive con gli occhi della protagonista ancora bambina, in maniera molto simile a quella che appare nell’Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi.

Indubbiamente è così: oggi tendiamo a proteggere i bambini molto di più e benché sia giusto in linea generale, se subentra la rimozione che dicevamo, si rischia di renderli più fragili una volta che incontreranno gli incidenti inevitabili nella loro vita adulta.

È rimasta molto legata alle sue origini?

Sì, ho un legame strettissimo con la campagna e i miei genitori vi abitano ancora e io vado spessissimo da loro.

Quale futuro pensa che avrà l’ex civiltà contadina della sua terra natale?

Sinceramente la vedo un po’ grigia. Temo che con la scomparsa della generazione dei miei genitori ci sarà una grande disgregazione, anche se ci sono esempi virtuosi di ritorno alla terra in una forma più moderna. Purtroppo, però, sono casi rari: intorno a me, in maggioranza, vedo solo grandi distese di pannelli solari…

Ha figli?

Un figlio, di quasi quindici anni.

A lui ha trasmesso il suo amore per la memoria?

Credo di sì, in ogni caso è legatissimo a suo nonno, forse perché gli porta i sapori di un mondo quasi scomparso, che lo incuriosisce assai.

Questo è un segno di speranza per il futuro, no?

Sì, certo…

La conversazione, davvero piacevolissima, si chiude con una risata appena un poco timida. Tipico per due donne abruzzesi, che non amano perdersi in troppe smancerie. Però almeno un gesto era necessario: a  nome personale e di tutta la redazione di Muoversi Insieme, grazie di cuore e auguri di buone feste.