Scritto da Alessandra Cicalini il 18/01/2011

La crisi e la spesa "last-minute" responsabile

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La crisi economica ha costretto i cittadini a rivedere il proprio modo di fare la spesa, con il risultato, secondo una recente indagine, che i consumi sono tornati ai livelli del 1999. Non tutti, però, giudicano negativamente il cambiamento in atto: acquistare meno, anzi, potrebbe ridurre il numero dei rifiuti in circolazione, una battaglia in cui è impegnata già da diversi anni Last minute market. Nata come spin-off dell’Università di Bologna, la società si prefigge come scopo principale di mettere in contatto i produttori alimentari, alle prese con la costante necessità di smaltire le scorte invendute, con i soggetti che potrebbero averne bisogno. I primi destinatari di quest’opera di mediazione, condotta anche con la collaborazione degli enti pubblici, sono le associazioni di volontariato che forniscono aiuti alimentari ai poveri. Last minute market, però, non ha alcun magazzino, bensì una fitta rete di contatti che le ha permesso di allargare i campi di intervento anche al settore non-food, compresa la redistribuzione dei farmaci non ancora scaduti. Alla base del successo della società bolognese, la capacità di creare l’incontro tra domanda e offerta, uniti, su fronti opposti, dal desiderio di risparmiare. I gestori della grande distribuzione, infatti, sono tenuti per legge a smaltire in proprio la merce invenduta, secondo criteri precisi che limitino l’inquinamento ambientale; dall’altro lato, invece, i consumatori più attenti sanno che comprare alimenti vicini alla scadenza permette loro di spendere molto meno. Non è infatti un caso che, complice la crisi accennata nell’incipit, nei supermercati italiani si sia diffuso l’angolo delle offerte di alimenti da consumare a breve.
Addirittura, in verità, sta diffondendosi anche l’abitudine in alcuni casi molto pericolosa di mangiare cibi già scaduti. Una pratica, però, guardata con biasimo dai nutrizionisti e dai medici, per l’evidente rischio per la propria salute, come riporta il Corriere della Sera del 9 gennaio scorso. Senza arrivare, dunque, a eccessi del genere, è interessante ricordare le parole di Andrea Segrè, il docente di politica agraria internazionale e comparata di Bologna ideatore di Lmm, rilasciate al Televideo della Rai: “In Italia sui cibi è presente una data di scadenza commerciale che non corrisponde alla reale data di scadenza di consumo. Per esempio noi scartiamo lo yogurt con scadenza a 48 ore e compriamo il vasetto in ultima fila, perché scade dopo due settimane, ma in realtà il prodotto è ancora buono e commestibile ben oltre la sua scadenza ufficiale. In Svizzera la doppia data è una realtà”. Esempi analoghi si possono fare per moltissimi altri prodotti, tenendo anche conto della doppia dicitura adottata nel fresco (“da consumarsi entro”) e in ciò che può essere mangiato in genere fino a due anni dopo (“da consumarsi preferibilmente entro”).
Senza mettere a rischio la propria salute, cucinando per esempio oggi il cotechino del 2007, si può stare abbastanza tranquilli sul fatto che il panettone ancora intonso dell’ultimo Natale andrà bene pressoché fino all’estate, per non parlare delle lenticchie essiccate e di molti altri alimenti di lavorazione industriale.
A monte, però, sarebbe opportuno – sostiene sempre Segrè – non seguire troppo la logica delle offerte 3×2, bensì riabituarsi a comprare solo il necessario. Il presidente di Lmm è consapevole che si tratta di un processo lungo, peraltro non troppo gradito ad alcuni produttori.
Dall’altro lato, però, basterebbe pensare a un altro dato snocciolato dalla società bolognese nel Libro nero dello spreco alimentare in Italia: ogni anno – riporta il testo – sarebbero ben 75 mila le tonnellate di cibo ritirate prima della scadenza dalla grande distribuzione, corrispondenti a circa il 3% del Pil. Insomma, prima che la maggiore austerità negli acquisti dei cittadini incidano davvero nel fatturato dei grandi produttori alimentari ce ne correrebbe.
Da non dimenticare, infine, che abbattendo poderosamente le quote di invenduto, si riuscirebbe anche a controllare meglio il mercato nero delle merci scadute, un fenomeno analizzato da Ettore Livini su Repubblica del 7 gennaio scorso. Secondo gli stessi gestori dei supermercati – si sostiene nell’articolo – ad alimentarlo sarebbero anche i piccoli esercenti spaventati dalle multe che pagherebbero se si scoprisse che non sono stati in grado di smaltire correttamente la merce in eccesso.
In definitiva, comprando tutti un po’ meno potremmo spingere anche chi produce a rivedere le modalità di produzione e commercializzazione. E chissà che anche la rivoluzione appena partita nei contenitori della nostra spesa – l’abolizione per legge dei resistenti ma altamente inquinanti sacchetti di plastica – non ci costringa a limitare i nostri acquisti a ciò che davvero ci serve.

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