Viaggio nel commercio equo e solidale alla vigilia del suo "d-day"

Scritto da Stannah il 09-05-2008

Quando si parla di commercio equo e solidale si pensa subito ai mercatini variopinti dall’allegra atmosfera multietnica che di solito invadono le città in occasione di fiere e iniziative di beneficenza. In realtà, le organizzazioni (di solito senza fini di lucro) che favoriscono gli scambi secondo i principi del “fair trade”, cioè del “commercio trasparente”, seguono regole ben determinate: in cima alla lista cercano di garantire ai piccoli produttori del Sud del Mondo, diversamente impossibilitati a competere sul mercato mondiale, il giusto prezzo di vendita dei loro beni.

Insomma, chi compra caffè, thè, biscotti, miele, incensi, giocattoli, magliette, foulard, borse, tazzine e molto altro ancora, provvisti di uno dei marchi equosolidali riconosciuti mondialmente , ha (o dovrebbe avere) la certezza di aiutare gli artigiani costituiti di solito in cooperative o micro-aziende garantendo loro il massimo profitto possibile.

Nato già negli anni Settanta (almeno in Svizzera e Olanda),
il fenomeno è esploso un po’ dappertutto, tanto che da qualche tempo il “fair trade” ha istituito anche una giornata mondiale per auto-festeggiarsi e fare anche il punto sui risultati perseguiti dalle organizzazioni che lo animano. Quest’anno la ricorrenza cade domani, il 10 maggio, e prevede manifestazioni in tutto il mondo.


In Italia la più importante si tiene già da oggi al “Pime” di Milano , dedicata alla famiglia: nei giardini del “Pontificio istituto missioni estere” (in via Mosè Bianchi, 94, Metro 1, fermata Lotto),
associazioni, organizzazioni, centrali di importazione, cooperative e botteghe presentano i loro progetti e prodotti provenienti da Asia, Africa e America Latina: dall’alimentare all’abbigliamento, dai mobili ai giocattoli. Non solo. La manifestazione ha previsto anche concerti, conferenze e laboratori ludici per i più piccini.

Il tema scelto per l’edizione 2008 è la riflessione congiunta sul commercio trasparente e l’ecologia: le associazioni mondiali di Fair trade hanno preso spunto dall’allarme lanciato due anni fa da duemila scienziati aderenti al gruppo di lavoro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Secondo gli studiosi, il riscaldamento dell’atmosfera avrebbe superato, nell’ultimo periodo, il punto di non ritorno: se si continuerà su questa strada, avvertono, non ci sarà futuro per nessuno.

La preoccupazione degli scienziati dell’Onu è stata così raccolta dall’International Fair Trade Association, che associa oltre 300 organizzazioni equosolidali in più di 70 Paesi del mondo: da loro è partita la sfida per un’inversione di rotta e un ritorno alla sostenibilità dello sviluppo.
Chi sostiene il commercio “fair”, spiega l’organismo, si mette sulla giusta direzione, dal momento che i produttori equosolidali vivono in massima parte nelle aree più povere della terra. Quindi, aggiungono, consumano meno di tutti e hanno un accesso assai limitato ai benefici della globalizzazione. Gli stessi piccoli produttori, però, subirebbero in misura maggiore gli effetti nefasti del riscaldamento atmosferico. Proprio in questi paesi, osservano ancora le associazioni di fair trade, si abbattono gli uragani più forti, per effetto dell’innalzamento del mare, o al contrario si subiscono i periodi di siccità più devastanti.

Di qui la scelta dell’Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale, animata da 100 organizzazioni di fair trade nazionali con oltre 250 punti vendita in tutta la Penisola, di intensificare gli sforzi “per rendere sempre più sostenibili i propri progetti”.
Osserva infatti Grazia Rita Pignatelli, la presidente dell’Agices: “Anche i nostri prodotti arrivano da lontano, ma di anno in anno la loro qualità sociale cresce e il loro impatto ambientale a livello locale si riduce. Molte organizzazioni di importazione italiane stanno accompagnando e sostenendo le comunità dei produttori nelle riconversioni biologiche ed ecologiche delle produzioni agricole ma non solo”.

La precisazione dell’Agices risponde almeno in parte ai detrattori del commercio “fair”, per alcuni una grande bufala: in particolare, ha avuto grossa eco l’inchiesta del “Financial Times”, del settembre scorso, secondo cui non sarebbe affatto vero che ai produttori del Sud del mondo sarebbe garantito il giusto profitto.

Il dibattito è ancora aperto, ma ha avuto comunque il merito di far conoscere a un pubblico più ampio che cos’è il commercio equo e di renderlo più “fair” agli occhi di chi, magari, comprava già il caffè del Nicaragua, uno dei prodotti equosolidali più famosi, senza rendersi davvero conto del significato del proprio gesto.