Accessibilità, i bollini non bastano

Scritto da Giovanni Del Zanna il 17-11-2010

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Se il mondo fosse totalmente accessibile, non ci sarebbe alcun bisogno di normative, soluzioni “speciali” e simboli di alcun genere.

Purtroppo, però, non viviamo nel paese delle meraviglie e dobbiamo fare i conti con la realtà, senza rimpianti. A questo scopo, da tempo vengono redatte delle “guide all’accessibilità” – prima in forma cartacea, ormai sempre più in forma digitale, disponibili in rete – per fornire al cittadino (abitante, visitatore, turista) indicazioni precise sull’effettivo grado di fruibilità di edifici, attrezzature e servizi.

Spesso si tratta di indicatori a “tre livelli”, come per i semafori: verde, giallo, rosso, ossia pienamente accessibile, parzialmente accessibile, non accessibile.
Questa comunicazione – spesso visualizzata con bollini (come nella foto in alto a sinistra) o pittogrammi (foto qui a destra) – è semplice e immediata, ma non sempre del tutto funzionale.

Infatti, se da un lato può essere semplice individuare la struttura pienamente accessibile “bollino verde”, che si ipotizza avere tutti i requisiti di legge, e dall’altro è chiaro che il “bollino rosso” indica una struttura non accessibile, come dobbiamo interpretare il “bollino giallo”? Nella gradualità dell’accessibilità il punto critico è sempre la via di mezzo: cosa vuol dire “accessibilità parziale”, che valore diamo ad “accessibile con aiuto”?

La qualità della “accessibilità” di una struttura aperta al pubblico (si veda nel box in fondo che cosa si intende con questa espressione) dipende infatti anche dall’informazione che possiamo avere del suo livello di accessibilità.

Pensiamo a tutte quelle strutture – private o pubbliche – che offrono un servizio al cittadino: per legge dovrebbero essere accessibili (almeno quelli costruiti, o ristrutturati, dopo il 1989),
ma di fatto non è così e non sempre offrono un’accessibilità piena, tale da poterci entrare a “colpo sicuro”. Per questo è importante informarsi, sapere prima quali sono le caratteristiche che la struttura offre, anche per le persone (disabili e non) che possono avere particolari esigenze di mobilità.

Eppure, benché viviamo nella “società dell’informazione”, non sempre sappiamo di quali informazioni abbiamo realmente bisogno quando ci relazioniamo con una “struttura aperta al pubblico”. In genere chiediamo come arrivare in un luogo, gli orari di aperture, i costi e gli sconti eventuali, ma per chi conta anche sulla fruibilità della meta della propria visita, esserne davvero certo prima di spostarsi diventa un elemento essenziale.

Capita invece che anche strutture che si dicono accessibili poi non lo sono. Esemplari i casi di alberghi che, contattati direttamente, dicono di esserlo, ma poi hanno tre gradini all’ingresso: quando glielo si fa notare, rispondono che tanto poi sarà qualcuno che darà una mano per superarli!

È chiaro perciò che ci vogliono standard che permettano di stabilire con certezza che cosa qualifica davvero una struttura accessibile. Qualcuno si è già avviato in questa direzione, ad esempio le nuove guide realizzate sulla base dell’esperienza diretta di Roma e di Milano. Entrambe le pubblicazioni seguono alcuni principi basilari:

  1. sono costituite da banche dati facilmente aggiornabili: si tende a prediligere la guida on-line, in rete, facilmente modificabile (con dati aggiuntivi o corretti),
    rispetto alle guide cartacee che, una volta in stampa, rischiano di fatto di essere già vecchie;
  2. sono basate su un’indagine approfondita (spesso fatta tramite questionari),
    che sappia andare anche al di là delle indicazioni normative – che non sempre possono considerare tutto – per prendere in esame anche tutti gli altri elementi che risultano importanti per l’utente;
  3. dove possibile (e dove ha senso) le guide considerano diverse esigenze e non solo le disabilità motorie “tipo” – quella “classica” dell’omino in carrozzina – ma valutano l’accessibilità anche per le carrozzine elettriche, per le persone che possono avere problemi di tipi sensoriale (vista/udito) e anche – dove necessario – considerano, ad esempio, le esigenze alimentari per chi presenta allergie;
  4. oltre all’indagine indiretta (tramite l’invio di questionari) è importante fare delle verifiche a campione o raccogliere le opinioni (da vagliare) di chi ha visitato/utilizzato una determinata struttura. Dopotutto il “passaparola” di chi ha fatto un’esperienza diretta è sempre una delle migliori informazioni.

I bollini, dunque, non bastano più: ci si orienta invece verso un’informazione più ricca e articolata che fornisca all’utente indicazioni più dettagliate. In questo modo, è anche possibile che l’utente, sulla base delle sue esigenze e delle sue capacità, sappia valutare direttamente il grado di accessibilità della struttura per le sue esigenze.

Ciò vuol dire, in altri termini, che in futuro il “bollino” scomparirà per lasciare il posto a indicazioni più ampie che sappiano dare a tutti (anche in funzioni delle caratteristiche e delle esigenze di ciascuno) le migliori informazioni per organizzare i propri spostamenti, l’accesso alle strutture di servizio, una cena al ristorante o un viaggio in una città d’arte.

Che cosa vuol dire “aperto al pubblico?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La normativa sull’accessibilità distingue gli edifici in tre categorie: gli edifici pubblici (municipi, scuole, ospedali, musei, impianti sportivi, teatri, uffici pubblici, e così via), gli edifici privati (quelli in cui accediamo solo noi), quelli privati (come proprietà) ma “aperti al pubblico” ovvero tutte quelle strutture (commerciali e non) in cui si offre un “servizio” al cittadino.

Si tratta dunque di una tipologia di strutture molto ampia, che comprende tantissimi servizi che sono alla base del vivere sociale: tra questi gli edifici ricettivi (alberghi, ostelli, campeggi, agriturismi), quelli per la ristorazione (bar, ristoranti, pizzerie, gelaterie), quelli per lo spettacolo (cinema, teatri, sale per mostre), quelli per arti e professioni (studi medici, studi professionali, ambulatori), quelli per il commercio (negozi, centri commerciali, strutture provvisorie).

Insomma, un po’ tutte quelle cui ci rivolgiamo per una qualche ragione, per acquistare un prodotto o un servizio, per relazionarci con altre persone, per esigenze professionali o per un momento di svago.

Per un evidente principio di pari opportunità, l’accessibilità di queste strutture non deve essere necessariamente un’accessibilità totale, ma deve essere tale da “garantire il servizio” in modo adeguato e dignitoso.

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