Subordinati o co.co.co., la pensione non cambia

Scritto da Alessandra Cicalini il 15-11-2010

Dopo la tempesta sollevata dal suo direttore generale, Antonio Mastrapasqua, l’Inps ha rassicurato lavoratori autonomi e co.co.co.: se siete sulla soglia della pensione – ha detto loro – non avete nulla da temere: il denaro per le vostre indennità c’è, esattamente come c’è per i lavoratori dipendenti.
C’è però qualcuno che si è preso la briga di indagare con più esattezza come funziona la pensione per i lavoratori iscritti alla Gestione separata dell’Inps.
L’ha fatto per esempio Tempi, che ha ricordato come per avere diritto all’indennità pensionistica servano almeno cinque anni di contribuzione all’ente previdenziale, sia che si tratti di dipendenti sia di parasubordinati. L’unica vera differenza tra i primi e i secondi è la più recente costituzione della Gestione separata, nata nel 1995, in coincidenza del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per il calcolo di anzianità e vecchiaia.
Nel sistema attualmente in vigore (con tutte le variazioni introdotte negli anni, non ultimo lo slittamento delle finestre e l’innalzamento a 65 anni per la pensione delle donne del pubblico impiego, nostri recenti approfondimenti correlati in fondo all’articolo che state leggendo),
si guardano ai contributi che il lavoratore parasubordinato versa obbligatoriamente “in una misura che varia dal 16 al 26,72% del reddito che deriva dalle attività per le quali è stato sottoscritto un contratto di collaborazione”, scrive la già citata rivista.
Coefficienti a parte, sono identici per subordinati e parasubordinati i diritti alla pensione di vecchiaia, all’assegno di invalidità e inabilità, alla maternità, alla reversibilità e al supplemento di pensione.
Dunque, perché sarebbe così difficile calcolare l’entità esatta dei contributi versati dagli autonomi, si chiede “Tempi” e ci chiediamo anche noi di Muoversi Insieme?
La risposta è stata data in parte da una ricerca condotta dal Center for Research on Pensions and Welfare Politics di Torino, che ha calcolato i valori lordi della pensione annuale di un pararasubordinato di 65 anni, ipotizzando che abbia cominciato a lavorare a 25 anni. Allo stato attuale, secondo il Cerp percepirebbe una pensione lorda di 8.314 euro. Se invece si trattasse di una donna, la somma scenderebbe a 5.222 euro lordi annui. Lo studio è stato effettuato da Margherita Borella e Giovanna Segre che hanno ipotizzato per entrambe le situazioni che il lavoro sia stato continuativo per tutto il tempo della vita attiva. Una condizione che, purtroppo, non sarebbe vera soprattutto per le donne che magari hanno dovuto sospendere nei periodi della maternità.
E se sono vere queste cifre per lavoratori alla soglia della pensione, che potrebbero indurli a restare ancora in servizio per cercare di sollevarle almeno un po’, è comprensibile che siano un po’ preoccupati i lavoratori parasubordinati che hanno cominciato a lavorare da poco.
Emblematico è l’esempio raccontato dal programma di La7 Effetto domino di un padre 37enne alle prese con la lettura delle favole ai bambini e l’invio di una mail di lavoro. Se dovesse andare in pensione adesso, il suo assegno sarebbe di 400 euro, riferisce.
Del resto, fare calcoli oggi non avrebbe senso né per i parasubordinati né per i dipendenti: lo dice anche Mastrapasqua come risposta definitiva di chiusura della polemica scatenata probabilmente suo malgrado: “Non è possibile prevedere oggi quello che sarà maturato da un lavoratore a progetto di 29 anni, che magari ha versato solo sei mesi di contributi”, afferma, “Ma la non-proiezione riguarda tutti i lavoratori: non è una prerogativa riservata agli iscritti alla gestione separata. Non è possibile nemmeno per i lavoratori dipendenti”.
Tradotto in altri termini, non resta che… continuare a lavorare, come potrebbe prossimamente toccare ai medici del settore pubblico, se passerà il ddl lavoro che li obbligherebbe a restare in servizio fino a settant’anni, e a tutte le altre categorie, una volta che sarà entrata in vigore la riforma che legherà la permanenza in servizio alla speranza di vita.

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