Scritto da Luciana Quaia il 10/02/2010

Memoria, quanto mi manchi

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l’indebolimento della memoria è una delle preoccupazioni più diffuse nella persona che invecchia, a volte dettata più da una percezione soggettiva che da un effettivo danno cerebrale misurabile con la somministrazione di test neuropsicologici.
Fisiologicamente il cervello umano non è una struttura stabile che resta invariata dalla nascita alla morte: dai 20 ai 70 anni perde mediamente il dieci per cento della sua massa, quindi il nostro patrimonio di neuroni comincia precocemente a scendere di numero.
Le ricerche scientifiche condotte sul tema dell’invecchiamento cognitivo  hanno prospettato diverse ipotesi:  le modificazioni del metabolismo cerebrale; il declino dovuto alla mancanza di esercizio; l’incapacità di usare strategie efficaci per analizzare gli stimoli e  favorire il recupero delle informazioni; la difficoltà di memorizzare il contesto che accompagna le informazioni;  il maggiore sforzo ad apprendere conoscenze nuove; la riduzione della capacità di passare rapidamente da un processo mentale all’altro; l’abilità più scarsa nel mantenere un’attenzione selettiva.
Non meno importante, infine, il grado di conoscenza dei singoli individui sul funzionamento della propria memoria. Quest’ultimo aspetto gioca un ruolo rilevante nel processo di autostima dell’anziano: lo stereotipo che associa l’allentamento della memoria all’avanzare dell’età può causare la falsa convinzione che un calo di questo genere sia nell’ordine naturale delle cose e, pertanto, irreversibile.
Il quadro non è esaltante e fortunatamente, se usciamo dalle maglie delle neuroscienze e consideriamo le persone anziane nella consuetudine del loro vivere, vediamo che queste ultime, a dispetto dei desolanti esiti sperimentali, continuano a condurre un’esistenza  quotidiana e lavorativa in modo competente e adeguato.
Come coniugare questa differenza tra aspetti della vita e risultati scientifici?
Il fatto è che il cervello non si arrende e non fa corrispondere all’invecchiamento biologico una perdita conforme alle funzioni che gli si associano. E’ incoraggiante sapere che anche quando il danno avviene, a meno che non intervengano alterazioni patologiche degenerative, il cervello non perde la sua capacità di autoripararsi, creando nuovi circuiti alternativi di ricerca.
Questo dimostra, per esempio,  che di fronte alla presentazione di un dato problema, ventenni e sessantenni arrivano a trovarne lo stesso risultato, ma all’analisi della “Pet”, ossia della “tomografia a emissione di positroni” (l’evoluzione tecnologica della più nota Tac),
i circuiti attivati nelle diverse aree cerebrali sono differenti.
Ciò significa che, nonostante l’età avanzata, il tessuto nervoso sa “rammendare” le alterazioni subite, sostituire nei loro compiti le cellule perse, sviluppare collegamenti funzionali alternativi, adottare nuove strategie di organizzazione del materiale appreso.
Invecchiando, infatti, si diventa più abili a risolvere problemi complessi. Gli anni che passano producono un accumulo di conoscenze che mettono a disposizione del soggetto la costruzione di un’ampia collezione  di rappresentazioni mentali, costituita appunto da apprendimenti pratici. La competenza diventa allora un fattore agevolante: l’esperienza acquisita negli anni facilita la capacità di riconoscere le somiglianze tra problemi apparentemente nuovi e problemi già risolti in precedenza.
E’ opportuno ricordare che esistono anche altri nemici della memoria più strettamente collegati ad aspetti della salute fisica ed emotiva. Se soffriamo nel corpo o nella mente, la nostra memoria ne subirà le conseguenze.
Alcune cause: un cattivo funzionamento della vista e dell’udito non aiuta certo alla selezione di voci o immagini; un umore deflesso porta più a concentrarsi su pensieri negativi che a cogliere vitali stimoli esterni verso i quali ci si sente apatici; un sonno agitato e interrotto causa una stanchezza diurna che rallenta i riflessi; uno stato di ansia o di stress non facilita certo l’immagazzinamento di nuovi dati.
Ma torniamo alla memoria e alla sua efficienza.
Afferma il geriatra Francesco Antonini: “Molti mi chiedono anche quale sia la ginnastica migliore per il cervello.

Ebbene, la migliore ginnastica per il nostro cervello è usarlo, non lasciarlo passivo. Usarlo in tutti i modi, metterlo alla prova”.
Il cervello può funzionare bene a qualsiasi età, basta farlo lavorare. E’ una diffusa quanto errata convinzione quella di credere che il possedere una buona memoria sia una facoltà innata e, ancora più grave, pensare che con l’aumentare dell’età ci si debba rassegnare alla sua perdita.
Come già sottolineato, la persona anziana può essere la prima ad accettare i propri fallimenti poiché convinta che siano causati da eventi al di fuori del proprio controllo e volontà.
l’unico dato che dobbiamo accettare è che per svolgere i compiti legati alla memorizzazione occorre più tempo, perché i meccanismi cerebrali sono meno fluidi rispetto ad età precedenti. Ma questo non è certo un impedimento nel cercare di conservare una vita mentale attiva, sapendo a questo punto che più il cervello è sottoposto a stimoli intellettivi, migliori saranno le sue prestazioni.
Non esistono trucchi magici per avere una buona memoria. La capacità di ricordare è esclusivamente frutto di sane abitudini e di tanto, tanto esercizio.
Il neuropsicologo Elkhonon Goldberg spiega che in ogni individuo alcune funzioni cognitive vengono esercitate con maggior assiduità rispetto ad altre, conferendo maggior neuroprotezione alla parte del cervello in cui operano.
Goldberg sostiene pertanto la necessità di “allenare” tutte le strutture cerebrali, non solo alcune, in modo da poter incrementare la loro resistenza al declino nella tarda età. Ciò avviene soprattutto cimentandosi in compiti diversi da quelli che ci sono familiari.
Questa convinzione l’ha condotto alla creazione di una sorta di “palestra” dove mettere in atto un programma di potenziamento cognitivo idoneo a questo obiettivo, sicuro del fatto che il ritmo di sviluppo dei nuovi neuroni può essere influenzato dalle attività cognitive allo stesso modo in cui la crescita dei muscoli lo è dall’esercizio fisico. A New York, pertanto, è nato un centro benessere per la memoria dove vengono proposti esercizi al computer programmati per esercitare un determinato aspetto mentale: memoria, linguaggio, attenzione, ragionamento astratto, soluzione di problemi.
Questa usanza va sempre più diffondendosi anche nel nostro Paese. Alcune aziende mettono a disposizione applicativi multimediali con programmi di esercizi mirati al rafforzamento delle diverse funzionalità cognitive, rivolti sia a persone abili sia a persone con specifiche disabilità cerebrali. Da un po’ di tempo, inoltre, fanno bella vista in edicola fascicoli, libretti, riviste che ci parlano di Brain Trainer, Brain Fitness, Jogging per la memoria…
Che ne pensate di una piccola sfida per misurare la vostra facoltà di ricordare? Il prossimo mese, su queste pagine, una dimostrazione virtuale della palestra della mente, con suggerimenti ed esercizi utili ad allenare il cervello.
Vi ricorderete di passare di qui?

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Links:
Indebolimento della memoria
Il cervello umano da un punto di vista fisiologico
– Il cervello non si arrende
Ventenni e sessantenni
Francesco Antonini
Elkhonon Goldberg
– “Allenare” tutte le strutture cerebrali