Se il male oscuro colpisce gli anziani

Scritto da Massimo Tanzi il 26-04-2010

La senilità non è una malattia, ma in molti casi finisce per diventarlo. Più si è fragili, infatti, più si rischia la politerapia, ossia la commistione di farmaci che curano parti diverse dell’organismo, con conseguenze non di rado assai pericolose. Capita per esempio quando all’anziano colpito da disturbi del sonno si somministrano psicofarmaci liquidando il problema con la diagnosi semplicistica di “disturbo mentale” legato all’età. Niente di più sbagliato. Per prima cosa, non è vero che l’anziano necessita di una minore quantità di sonno, dato che la diminuzione del tempo trascorso dormendo è in realtà minima dalla maturità alla senescenza.
Benché sicuramente frequenti in età avanzata, i disturbi del sonno non sono in altri termini una conseguenza del mero processo di invecchiamento, bensì delle patologie mediche o psichiatriche che si accompagnano a quest’ultimo. Semmai, una conseguenza piuttosto probabile dell’allungamento della vita media sarà l’incremento del fattore di rischio per svariate patologie, fra cui quella psichica.
Già nel 2007, infatti, oltre 3 milioni di persone anziane in Italia risultavano imprigionate nel male oscuro della depressione (secondo quanto affermato durante il XVI Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurogeriatria). Una cifra più che attendibile e che purtroppo è destinata a salire. Inoltre, buona parte degli anziani che soffrono di depressione manifesta segnali evidenti, non inquadrabili nelle manifestazioni tipiche della depressione maggiore.
Spesso, l’anziano depresso soffre solo di pochi sintomi (tre al massimo),
estremamente pervasivi, molto angoscianti e di grande impatto sul piano della sofferenza soggettiva. Questi sintomi sono, come detto, per lo più molto evidenti perché sono somatici. Il primo in assoluto è rappresentato dalle affezioni dolorose “sine materia”, che quindi non rispondono ad una patologia d’organo ben definito. Il secondo, anch’esso ben visibile, è l’ansia, che nell’anziano è potenzialmente devastante proprio perché gli toglie la possibilità stessa di reagire alla patologia. Terzo segnale di depressione è l’alimentazione: l’anziano è convinto, per alcuni motivi anche ragionevoli, che mangiar meno favorisca la buona prosecuzione della vecchiaia. Nasce così la “sindrome da minestrina”, cioè il classico brodino vegetale preso la sera, a cui come massimo lusso si aggiunge un formaggino. Un cibo che, nella sua ripetizione ossessiva, rischia di diventare una sorta di difesa oltre la quale l’anziano ritiene di non poter andare. Ciò costituisce un grosso errore dal punto di vista alimentare, perché i nutrienti in giusta dose e bilanciati sono il punto fondamentale di una buona vita e di una lunga sopravvivenza.
Alcuni studi epidemiologici hanno messo in evidenza un incremento dei tassi di depressione nella popolazione di età superiore ai 65 anni. La conclusione della fase lavorativa della vita, il ridimensionamento delle possibilità economiche, la maggiore disponibilità di tempo libero (spesso mal impiegato),
l’eventuale vedovanza, sono stati interpretati come elementi destabilizzanti in grado di scatenare quadri sintomatologici depressivi.
Ma quale logica porta a prescrivere ad un anziano un tranquillante che può essere dannoso, capace di aumentare del 45% il rischio d’incidenti automobilistici? Perché dare un antidepressivo che potrebbe aumentare dell’80% il rischio di cadere (di conseguenza aumenta il rischio di fratture, con tutti gli inevitabili effetti collaterali),
o che potrebbe rendere maggiormente agitati, aggressivi e persino scatenare istinti suicidi?
La geriatria insegna che ciò di cui ha bisogno un anziano fragile e vulnerabile non è certo lo stress associato all’uso di psicofarmaci.
A riguardo, nella settima edizione del Rapporto 2009 di Osservasalute, emerge un dato allarmante: in Italia è in forte aumento il consumo di farmaci antidepressivi. Dal 2000 al 2008 sarebbe infatti aumentato del 310%, ossia è più che triplicato. Questa impennata, legata in parte a una maggiore attenzione al disagio psichico, è anche figlia di un aumentato disagio sociale. Si osserva un’esplosione dell’uso non prescritto di psicofarmaci (in particolare tra i giovani).
D’altro conto, riferendosi alle più recenti ricerche epidemiologiche, si registra nell’ultimo decennio un sensibile aumento anche delle prescrizioni di psicofarmaci, dovuto probabilmente alla maggior tollerabilità e sicurezza dei nuovi composti e, soprattutto, all’accresciuta capacità da parte dei medici di medicina generale di riconoscere e trattare sintomi e disturbi prima affrontati correttamente solo in campo specialistico. Eppure, in un numero ancora rilevante di soggetti, la terapia non raggiunge, nonostante trattamenti adeguati, risultati soddisfacenti. Inoltre, i nuovi psicofarmaci non sono esenti da effetti collaterali e interazioni che ne possono limitare l’utilizzo.
A ben vedere, anche la camomilla in assunzioni croniche può avere un effetto paradosso di iper-eccitabilità e insonnia.
Se rimaniamo nell’ambito geriatrico, i farmaci rappresentano la causa più frequente di delirio nell’anziano. Praticamente tutte le sostanze farmacologiche sono in grado di causare delirio, soprattutto i farmaci con attività anticolinergica, utilizzati per trattare patologie frequentemente presenti in età avanzata, quali il morbo di Parkinson, la depressione, la sindrome da dolore cronico, i sintomi comportamentali della demenza e la confusione mentale stessa.
Se la psicofarmacologia moderna ha inizio nel 1953, quando Pierre Deniker scopriva gli effetti sedativi della clorpromazina e nel 1954 Frank Berger quelli del meprobamato (il primo ansiolitico),
è tra il 1956 e il 1957 il periodo in cui furono individuati i primi antidepressivi. Dopo queste importanti scoperte, nel corso dei decenni successivi la psicofarmacologia si è evoluta ricercando sempre nuovi composti al fine di scoprire il farmaco specifico per ogni tipo di disturbo mentale, approfondendo così le conoscenze sui meccanismi di azione, la selettività, l’efficacia, la presenza di effetti collaterali e la tossicità.
Possiamo distinguere perciò gli psicofarmaci in neurolettici, ossia con forte azione sedativa sul sistema nervoso (per il controllo dei sintomi in persone definite “schizofreniche”, “psicotiche”, “maniaco-depressive”, “paranoiche”). Seguono gli ansiolitici, utilizzati nel trattamento dei disturbi d’ansia. Questi ultimi, benché concepiti come farmaci, stanno entrando sempre di più a far parte delle sostanze d’abuso (ricreazionali),
utilizzate per il loro effetto o in mix con altre sostanze, soprattutto alcolici; inoltre possono portare ad “overdose”, intossicazione acuta dalle conseguenze anche mortali. Gli antidepressivi sono invece usati nel trattamento della depressione (intesa come un crollo del tono dell’umore prolungato e costante, una forte diminuzione dello slancio vitale, senso di colpa, di impotenza o incapacità fino a veri e propri sentimenti di rovina e catastrofe imminente). Farmaci di questo tipo aumentano la quantità di neurotrasmettitori disponibili a livello cerebrale, riportando quindi l’umore allo stato normale, senza produrre un effetto euforizzante o stimolante; non danno dipendenza fisica;. Tutti gli antidepressivi, però, amplificano l’effetto sedativo di ansiolitici, neurolettici e alcol.
Mi permetto di sottolineare due aspetti: 1) gli psicofarmaci sono sostanze appartenenti al circuito della legalità, non si commette quindi alcun crimine o infrazione nel possesso (in quantità giustificabili) o nell’uso di tali sostanze, ma la distribuzione è disciplinata in modo piuttosto rigido, vista la delicatezza degli effetti prodotti. Si possono acquistare in farmacia solo se muniti di ricetta emessa da un medico; 2) ogni individuo reagisce diversamente: è importante conoscere sé stessi, il proprio corpo, le proprie risorse.
Perciò, quando si usano sostanze psicoattive, anche se “naturali”, è molto importante sapere cosa si sta facendo e dietro stretto controllo medico.
Non è mai abbastanza ricordare come i neurolettici diventarono, in un recente passato, strumenti di contenimento chimico, utilizzati in tutti i manicomi, prendendo il posto delle camicie di forza e delle altre vecchie terapie come lo shock da insulina, l’elettroshock e la lobotomia. Furono, in un certo senso, una sorta di “male minore” sopportabile allo sguardo altrui.
In conclusione, benché molte persone non confidino ancora nelle pratiche psicologiche e preferiscano sottoporsi ad un trattamento su base farmacologica, possiamo affermare che oggi esistono molte alternative terapeutiche, di efficacia assolutamente comprovata. Mi riferisco ad esempio alla psicanalisi (metodo di cura basato sulla parola e sul discorrere, frutto del lavoro del celebre psicologo Sigmund Freud); all’ipnoterapia, al training autogeno, alla logoterapia.
Esistono anche altre terapie, altrettanto efficaci quali lo psicodramma e le terapie di gruppo.
Quindi, la depressione deve essere considerata non solo come una malattia psicosociale, ma anche una vera malattia biologica. Deve essere efficacemente contrastata a tutti i livelli: sociale, psicologico, farmacologico. l’anziano deve godersi la terza età, lontano dal rischio di essere portato via dalle propria casa, magari confinato in strutture fatiscenti. Non è certo una soluzione ridurlo all’apatia, condannandolo a uno stato d’assenza mentale.

BIBLIOGRAFIA
– Angelo Bianchetti Alessandra Pezzini, Depressione e demenza: approccio clinico e trattamento. DEMENTIA UPDATE – NUMERO 9, GENNAIO 2001.
– Nel mese di giugno 2005, l’Agenzia francese di sicurezza sanitaria dei prodotti della salute ha messo a disposizione degli operatori sanitari, sul suo sito web, una lunga monografia al fine di prevenire le reazioni avverse da farmaci nei pazienti anziani.
Bollettino informativo a cura del Sistema Epidemiologico Regionale del Veneto, l’ANZIANO DEPRESSO: UN PROBLEMA DI CONTINUITÀ ASSISTENZIALE; LA DEPRESSIONE NEGLI ANZIANI. Informazione epidemiologia salute , anno IV numero 4 ottobre 2007.

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