Scritto da Massimo Tanzi il 29/12/2010

Un'idea per il 2011? Smettere di fumare!

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Spesso sentiamo parlare del fumo, in genere di sigaretta, ma difficilmente si affronta l’argomento nel modo più rigoroso.
Non tutti sanno infatti che esso rappresenta il più importante fattore di rischio modificabile, ossia capace di influenzare lo stato di salute e la qualità della vita, di incrementare in generale il rischio di morte per qualsiasi causa in tutto il mondo. Basti pensare che nel fumo di tabacco vi sono oltre 4.000 sostanze, molte delle quali conosciute come carcinogenetiche, altre quali irritanti respiratori.
Il fumo di tabacco causa tra i 70.000 e gli 85.000 morti all’anno solo in Italia, con conseguenze drammatiche non solo sul piano sanitario e sociale, ma anche economico.
Considerando solo le patologie principali legate al fumo, ossia neoplasie, malattie cardiovascolari e malattie respiratorie croniche, un fumatore ha infatti costi sanitari del 40% superiori rispetto a un non fumatore.
A ciò vanno aggiunti: a) i costi per aumentato assenteismo e quindi diminuita produttività; b) i costi (e i danni) del fumo passivo.
Il fumo di tabacco è stato riconosciuto come fattore di rischio sicuro, non solo per lo sviluppo di neoplasie soprattutto a carico del sistema broncopolmonare (cancro dei polmoni, della trachea e dei bronchi) e della bronco-pneumopatia cronica ostruttiva (BPCO),
ma anche di cardiopatia ischemica, di patologia cerebro-vascolare, di infezioni delle basse vie respiratorie e di tubercolosi. Pensate che non rientra soltanto nella patogenesi dell’infezione da HIV/AIDS e della diarrea.
Peraltro, anche se a tutt’oggi non si può giungere a conclusioni definitive, essendoci dei risultati diametralmente opposti, numerosi studi presenti in letteratura hanno riportato un’associazione positiva tra l’abitudine tabagica e l’aumentato rischio di sviluppare tutti i tipi di demenza, inclusa la malattia di Alzheimer.
È stato infatti evidenziato come il fumo, oltre che rappresentare un fattore di rischio cerebro-vascolare e di stroke, possa anche accelerare il processo di atrofia cerebrale, e la formazione di lesioni della sostanza bianca. Vi sono sempre maggiori evidenze come anche il fumo passivo possa incrementare il rischio di demenza nei pazienti anziani non fumatori. l’abitudine tabagica, quindi, potrebbe giocare un ruolo nella progressione verso la demenza.
un’indagine dell’Istituto superiore di sanità, condotta in collaborazione con la Doxa, l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri e la Lega italiana per la lotta contro i
tumori, i cui risultati sono stati presentati a Milano nel corso di un Convegno nazionale sul fumo che si è tenuto nel 2009, ha evidenziato quanto segue:

  1. cresce in Italia il numero dei fumatori, in entrambi i sessi ma più marcatamente in quello femminile, dopo alcuni anni di bilancio “positivo”;
  2. non si registra, invece, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, un incremento delle vendite di tabacco.

Questa apparente incongruenza è dovuta al fatto che i fumatori, anche se in crescita in termini di numerosità, hanno diminuito il numero di sigarette fumate al giorno.
Inoltre, si presuppone un cambiamento nella strategia di acquisto dei prodotti a base di tabacco: i controlli della polizia doganale hanno registrato una ripresa del contrabbando e dei traffici illeciti internazionali.
A ciò si aggiungono: il fenomeno della contraffazione delle sigarette e la scelta della rete internet come canale preferenziale per la vendita di prodotti da fumo di contrabbando.
Ciò consentirebbe, relativamente al numero di sigarette fumate al giorno, di mantenere un consumo medio “ufficiale” pressoché costante (circa 14 sigarette al giorno).
Attualmente, fuma il 25,4% delle persone con età superiore ai 15 anni (circa 13 milioni di cittadini italiani, di cui 7,1 milioni di uomini e 5,9 milioni di donne). I non fumatori sono il 60% e gli ex fumatori il 14,6%.
Comunemente, si distinguono tre tipologie di fumatori: i “forti fumatori” (25 o più sigarette/dì),
i “medi fumatori” (15-24 sigarette/dì) ed i “fumatori moderati” (meno di 15 sigarette/dì). I fumatori correnti tendono ad aumentare nella fascia d’età che va dai 25 ai 44 anni. Fra i 45 e i 64 anni l’abitudine al fumo cala in modo significativo, per poi ridursi ulteriormente, soprattutto per le donne, dopo i 64 anni. Nel sesso maschile, l’abitudine al fumo rimane sempre più elevata rispetto al sesso femminile, anche se la tendenza a ridurre il consumo giornaliero di sigarette sembrerebbe appannaggio proprio dei maschi.
Nel Sud Italia, è maggiore il divario percentuale tra fumatori maschi e femmine, mentre nel Nord Italia le percentuali di fumatori, uomini e donne, si avvicinano.
Per quanto riguarda la produzione mondiale di tabacco, avviene prevalentemente nei paesi in via di sviluppo (America Latina, Asia meridionale, Africa); in Cina costituisce il 39% di quella mondiale; la produzione europea rappresenta il 4,8%; negli Stati Uniti circa il 6% (dati riferiti al 2003, anno in cui la produzione totale di tabacco è stata di circa 6,4 milioni di tonnellate).
In Italia, a partire dal 1961, si è registrato un costante aumento nella quantità di tabacco prodotto, fino a raggiungere il picco massimo nel 1990. Successivamente, si è osservata una netta diminuzione nella produzione. Nel 2003, sempre in Italia, i consumi di sigarette sono diminuiti rispetto all’anno precedente (nell’ordine dell’1,3%, corrispondenti a circa 67.500.000 pacchetti da 20 sigarette in meno): effetto della “legge Sirchia” (legge n.3 del 16/1/2003)?
Sicuramente, il provvedimento contro il fumo negli ambienti pubblici ha ridotto in Italia dell’11% l’incidenza di infarti miocardici nella fascia di età 35-65 anni.
Tra coloro che, negli anni passati, avevano smesso di fumare, oggi si registra facilmente una ripresa della sigaretta: in pratica hanno avuto una ricaduta.
Sarà complice forse la crisi economica (fumo = antidoto allo stress – la nicotina ha proprietà ansiolitiche -); più probabilmente vale l’osservazione che il fumatore non è consapevole del fatto che la nicotina genera dipendenza e pensa quindi di poter smettere quando vuole e autonomamente (ciò conferma la necessità, non campata in aria, di intraprendere dei percorsi di disassuefazione dal fumo grazie anche all’aiuto di specialisti che lavorano presso i centri antifumo dislocati su tutto il territorio nazionale). Infatti, in Italia, non risulta ancora significativa la cultura dell’aiuto per smettere di fumare.
A tal proposito, bisogna evidenziare come i medici fumino meno della popolazione generale dello stesso livello di scolarità ed età, anche se il divario è molto meno marcato di quanto rilevato in altre nazioni come, ad esempio, la Svizzera. In un recente passato, i medici fumavano come e più della popolazione generale. Ciò deve fare riflettere, perché il medico che conduce uno stile di vita salubre influenza positivamente l’attitudine del paziente, motivandolo ad abitudini corrette.
Bisogna ricordare che la scritta presente sui pacchetti di sigarette “il fumo uccide”, è quella che ha colpito di più i giovani (15-24 anni),
secondi solo agli over 65: questo sfata il mito secondo cui i ragazzi siano poco sensibili al tema della morte indotta dal fumo.
In Italia, almeno il 40% dei fumatori attivi (circa 4-5 milioni di persone) vorrebbe smettere; molti hanno provato a farlo, ma non sono riusciti a causa della forte dipendenza che produce il ricorso al fumo di tabacco.
E’ sempre utile ricordare che, per quanto riguarda l’azione sulle neoplasie, dopo 10 anni di astinenza dal fumo il rischio di tumore del polmone si riduce del 50%-70%; per le neoplasie della cavità orale e dell’esofago si osserva una riduzione pari al 50% dopo almeno 5 anni di astinenza, così come per la vescica.
Il rischio di coronaropatie (e quindi infarto miocardico acuto) si riduce del 50% dopo 1 anno di astinenza e scende al livello di chi non ha mai fumato dopo 15 anni da che si è smesso. Il rischio di ictus cerebrale ritorna al valore di chi non ha mai fumato dopo 5-15 anni. Gli ex fumatori presentano un rischio di arteriopatia periferica ridotto del 50% rispetto ai fumatori.
Smettere di fumare riduce anche l’incidenza delle polmoniti, che risultano aumentate nei fumatori, così come le esacerbazioni asmatiche.
Al Congresso della Società Europea di Cardiologia del 2008, tenutosi a Monaco, il Dottor Morten Grundtvig, dell’ospedale di Lillehammer in Norvegia, aveva detto che le donne fumatrici perdono un numero più che doppio di anni di vita rispetto ai fumatori maschi; inoltre rischiano di morire per un attacco di cuore 14,4 anni prima rispetto alle donne che non fumano: devono aspettarsi il primo infarto miocardico all’età di 66 anni (contro gli 80 anni delle non fumatrici). Le influenze genetiche, ormonali e metaboliche incidono sicuramente sul sesso femminile, soprattutto con l’avanzare dell’età; di sicuro, la probabilità di morire per una patologia cardiovascolare, nelle donne fumatrici, è 6 volte superiore a quella dovuta al tumore mammario.
La principale causa di cecità tra gli over 65 è la degenerazione maculare, in cui il fumo è sicuramente uno dei fattori responsabili, in quanto riduce i livelli di antiossidanti nella circolazione sanguigna, già di per sé ridotta dal fumo stesso anche a livello distrettuale. A tal proposito, è stato pubblicato uno studio condotto da Anne Coleman (e colleghi), professore di oftalmologia al Jules Stein Eye Institute presso la University of California, Los Angeles (UCLA),
sul Journal of Ophthalmology. La degenerazione maculare porta alla riduzione della capacità visiva, impedisce di leggere, guidare e più in generale di riconoscere l’ambiente circostante. Il fumo è il secondo fattore di rischio più comune per la malattia, dietro soltanto alletà.
Quindi, non è mai troppo tardi per abbandonare l’abitudine al tabagismo: anche gli occhi ne trarranno beneficio. Nulla vieta il ricorso a terapie non convenzionali, tra cui un posto di spicco è occupato dall’agopuntura.
Confidando che i lettori purtroppo ancora affetti da questa cattiva abitudine vogliano ascoltare i nostri suggerimenti, auguro a loro e a tutti gli altri un magnifico 2011.

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