Scritto da Alessandra Cicalini il 06/04/2009

Un po' d'alcol per dormire meglio? Niente di più sbagliato!

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binge drinkingDopo una giornata pesante, capita, a volte, di sentirsi molto nervosi. Qualcuno pensa che concedersi un bicchierino sia la maniera migliore per rilassarsi e per dormire meglio. Non c’è credenza popolare più sbagliata. Se, infatti, è ormai pacifico che un po’ di vino durante i pasti (un bicchiere, non di più) possa addirittura avere benefici sul nostro cuore, è altrettanto assodato che assumere alcol a stomaco vuoto (ancora peggio se si tratta di superalcolici) non solo non procura un sonno più profondo, ma è potenzialmente molto dannoso.
Ai rischi provocati dall’alcol è dedicato il mese da poco cominciato, con un evento nazionale organizzato dall’Istituto superiore di sanità a Roma il prossimo 23 aprile.


Al convegno partecipa anche Emanuele Scafato, responsabile dell’Osservatorio nazionale alcol del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, il quale ha redatto, a fine gennaio scorso, il commento alla relazione del ministero della Salute sulle dipendenze alcologiche, frutto di una ricerca sugli anni 2006-2007.

I risultati dell’indagine ministeriale non sono proprio confortanti. Sottolinea infatti Scafato come oggi in Italia si siano diffusi “modelli del bere” molto differenti dal tradizionale consumo mediterraneo: soprattutto i giovani non bevono più durante i pasti e moderatamente, ma al contrario si beve sempre di più a stomaco vuoto e per favorire il “binge drinking”, ossia “il bere per ubriacarsi”.

drinkSe però sono soprattutto le fasce più giovani ad adottare comportamenti errati, per il responsabile dell’Osservatorio, nel problema della dipendenza sono comprese “fasce sempre più ampie di popolazione, incluse quelle che, secondo logica, dovrebbero essere più attente negli stili di consumo: gli anziani“.
La sua non è solo un’opinione, bensì il frutto di ricerche empiriche sviluppate negli anni. Scafato parla infatti di oltre 9 milioni di persone in Italia “che bevono al di sopra dei limiti consentiti dalle linee guida nutrizionali (persistenza quotidiana dell’abuso secondo le definizioni OMS)”; e di “circa 700.000 al di sotto dell’età legale dei 16 anni“.

Sarebbero infine, secondo il ricercatore, circa 61.000 gli alcoldipendenti utenti dei servizi del Servizio sanitario nazionale destinati alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale, “con una recente, preoccupante impennata tra i giovani; l’1 % circa degli alcoldipendenti ha infatti un’età inferiore ai 19 anni, il 10 % un’età compresa tra 19 e 29 anni”.

Per Scafato questi numeri sarebbero “la punta di un iceberg che anno dopo anno s’innalza e che cela dentro di sé centinaia di migliaia di individui che alla fine di un lungo percorso ed una lunga carriera di abuso di alcol, mai intercettata dalle competenze sanitarie e sociali, si ritrovano nella trappola della più temibile dipendenza da sostanze: la dipendenza alcolica”.

Insomma, la guardia non va abbassata. Per questo è lodevole l’iniziativa dell’Ausl di Modena che ha preso spunto dalla campagna nazionale per lanciarne una propria, dal titolo “Conta i bicchieri perché contano”, che prevede il più forte coinvolgimento del personale di Medicina generale perché forniscano informazioni sui rischi dell’alcol e diano una mano a chi è già dipendente.

Di iniziative analoghe ce ne sono altre in tutta Italia: per saperne di più, si può chiamare il numero verde Alcol dell’Istituto superiore di sanità 800 632 000.

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