Scritto da Stannah il 02/10/2013

Giovanni Marrozzini e la sua Itaca-Italia venuta dal futuro

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Intervista di Alessandra Cicalini

Giovanni Marrozzini e Matteo FulimeniComunque la si pensi, è difficile sfuggire all’impressione che un avvenimento oppure un incontro non siano frutto del solo caso. Per qualcuno, anzi, è vero esattamente il contrario: ciò che deve accadere, accadrà, perciò è inutile fissare appuntamenti o affannarsi a dare un ordine alle cose, spremendo, magari, il tubetto del dentifricio dal basso, come diceva Julio Cortàzar. L’autoreargentino è uno dei maestri dal quale trae attualmente ispirazione il fotografoGiovanni Marrozzini, protagonista di uno straordinario viaggio in Italia durato un anno intero, trascorso a bordo di un camper in compagnia dello scrittore venticinquenne Matteo Fulimeni (nella foto i due protagonisti del viaggio). Dalla loro impresa di moderni nocchieri alla ricerca (o alla scoperta, chissà) della patria perduta, è nata una mostra intitolata Itaca, visitabile fino al prossimo 9 settembre al Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (Ar). Com’è facilmente intuibile, il nome che accomuna viaggio e allestimento non è affatto casuale: il moderno Grand tour italiano attraverso le principali arterie autostradali e lungo le vie di comunicazione più impervie del Paese è stato concepito da Marrozzini in previsione dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità nazionale. L’intento centrale era raccontare la nostra Itaca con occhi, luce, penna, taccuini, computer e pellicole fotografiche, aiutati, eventualmente, anche da altrettanti progetti fotografici scaturiti dalla fantasia dei numerosissimi fotoamatori d’Italia aderenti allaFederazione italiana delle associazioni fotografiche, una realtà enorme di appassionati di ogni età e ceto sociale, che ha guidato Giovanni e Matteo lungo tutto il percorso. E se è vero che Marrozzini – come ha dichiarato nell’intervista a Muoversi Insieme – riesce a “ricordare il futuro”, come un novello Tiresia, allora, forse, poteva già immaginare prima di partire quel che si è poi effettivamente verificato: i lavori fotografici generati dal suo progetto sono stati moltissimi (ben 216, corrispondenti a oltre 2.200 fotografie), tanto da costringere la Fiaf a selezionarne solo una parte per la mostra di Bibbiena e per il catalogo ad hoc che accompagna il volume principale. Tra i progetti partoriti dai workshop, diversi riguardano gli anziani (dai centenari del Ferrarese di Maria Rosa Randoli, alle sessantenni tornate a nuova vita dopo lutti, divorzi e altro di Rosella Centanni, e diversi altri), frequenti, curiosamente, anche dall’altra parte del mirino.

Come te lo spieghi?
Con la nostra paura più grande: non essere ascoltati. Al di là della passione e della capacità di scattare foto, dopo aver passato sessanta e più anni della propria vita con una sensazione del genere, si cercano altri mezzi, oltre alla voce, per spiegarsi, per farsi ascoltare.

Come mai è così sentita questa esigenza?
Perché oggi tutti parlano, parlano, ma quasi nessuno ascolta. Prima, era esattamente il contrario:  considerato il diffuso analfabetismo e la cultura patriarcale sopravvissuti in Italia per molti secoli, erano in pochi a prendere la parola e ogni parola, in fondo, era come una firma: non a caso, per stipulare contratti spesso bastava una stretta di mano.

Tu stesso hai ritratto molti anziani, a partire dalla signora che hai scelto come copertina del catalogo e come simbolo del tuo lavoro: come mai? E chi è la signora?
Si chiama Maria Antonietta Biagelli (foto) e vive nell’ospizio di Sassoferrato (An), dove ero andato a scattare in compagnia di alcuni allievi del workshop che tenevo in quei giorni. Non l’avevo notata, finché, scattando a due donne, madre e figlia, rispettivamente di 104 e 83 anni, mi sono sentito rispondere alla domanda “e adesso come scatto: a colori o in bianco e nero?”, “ A colori devi farla”. Mi sono voltato e Maria Antonietta era lì. A quel punto le ho domandato come si chiamava e lei mi ha risposto così: “Non fossi mai nata”. Quindi le ho chiesto se potevo fotografarla: solo dopo aver scattato mi sono reso conto che la parete della sua camera era dipinta di verde e di bianco, mentre le dita delle sue mani erano laccate di rosso come la camicia…

I colori della bandiera italiana… Ma quindi vedi l’Italia affaticata? 
Parafrasando Gianni Boncompagni (ridacchia), l’Italia è il Paraguay vestita Armani…

Pensi che sia un Paese per vecchi, anche? 
No, perché l’Italia non valorizza i vecchi, dal momento che non sa fare tesoro delle sue memorie e la memoria si spaventa di tanta superficialità. Per me, in definitiva, Maria Antonietta, nella sua veste di immagine dell’Italia, è spaventata e affaticata non tanto da ciò che ha vissuto quanto perché i giovani non sanno leggerla.

Che cosa ti ha raccontato?
Di se stessa di non essere bella, ma un tipo. E di un dolore grande, ricordando il quale ha abbassato il tono della voce.

Fotografandola, l’hai resa immortale, come capita a ognuno di noi se viene ritratto: come si preserva la memoria collettiva, invece?
Ricordando il futuro.

Che cosa significa?
Mi rendo conto che può suonare strano, ma io ho la presunzione malata di aver già incontrato molte delle persone che fotografo o che semplicemente incontro anche per pochi secondi. Se ho deciso di dedicarmi alla fotografia, anzi, è proprio perché non posso fare a meno di proiettarmi nel futuro.

Ti senti una specie di Benjamin Button, che invecchiando ringiovanisce, quindi… 
Il segreto per restare sempre giovani è proprio nella capacità di ricordare il futuro. Però, non credere: per me invecchiare è un valore aggiunto: non avrei mai messo al mondo i miei figli, se non dessi loro la possibilità di invecchiare.

E che cosa vorresti che dicessero di te quando saranno grandi?
“Non me lo sarei mai immaginato”.

Perché?
Se un domani faranno l’agricoltore o l’archeologo (ma non i fotografi, mi auguro!), spero che guardino il mio archivio di 40 mila negativi e, sollevandone qualcuno verso la luce, si accorgano che quello che avevo raccontato loro era tutto vero. Ed è anche per questo motivo che scatto in pellicola e non in digitale: perché possano avere un padre sempre da scoprire.

So che durante quest’anno è nato il suo secondogenito: quanto ha contato l’aiuto dei nonni soprattutto a tua moglie, ma in generale alla tua famiglia?
Moltissimo, considerato che mia moglie ha passato sette mesi e mezzo a letto. I miei genitori, anzi, sono la più bella proiezione futura che ho conosciuto: sacrificandosi nel reale, hanno dato a me la possibilità di sognare.

Con Matteo, appena venticinquenne, invece, hai sentito il salto generazionale?
Eccome, soprattutto per come mi vedeva lui, ossia come una persona già passata attraverso certe esperienze, come se non riuscisse a immaginare che anch’io ho avuto la sua età.

In fondo è abbastanza normale che sia così… perché hai scelto lui come compagno di viaggio?
Perché volevo un altro tipo di visione rispetto alla mia, espressa in uno stile diverso, non intersecabile con il mio. Oltretutto, la sua visione è molto più fotografica della mia.

In che senso?
Matteo ama molto i classici, una caratteristica che gli invidio molto, ed è capace di descrizioni barocche, direi quasi maniacali, di ciò che vede, mentre il mio modo di fotografare, se si può dire, è simbolico, pieno di rimandi.

Nei tuoi racconti fotografici, in effetti, usi pochissime foto, non necessariamente collegate tra loro da ragioni geografiche, per giunta senza didascalie: come mai?
Perché non sono un fotogiornalista e non mi piacciono le didascalie: il mio obiettivo è costruire storie brevi utilizzando anche la letteratura. Per Itaca ho usato lo stesso metodo di Hotel Argentina, un lavoro su una terra che per me rappresenta un continente intero per l’estrema varietà etno-geografica che la caratterizza. In quel caso, ho scritto storie di tre immagini, scattate in posti diversi, tante quante sono le parti di cui si compone quel Paese: dovrei portarlo a termine nel 2016, mi mancano da esaminare cinquemila immagini già sviluppate.

Mi fai un esempio di storia breve di Itaca particolarmente esplicativa del tuo metodo?
L’ultima: è un regalo a un signore anziano di Cinisi (foto). Quando siamo arrivati con il camper nel paesino siciliano, tutti lo scansavano, mentre io ho voluto valorizzarlo, fotografandolo con il sigaro in bocca e la nuvola bianca del fumo che gli copre parte del viso. La foto successiva è la salina di Nubia, in provincia di Trapani, bianca come la nuvoletta soprastante: per me quel signore era un fabbricante di nuvole.

Alla fine di questo lungo anno, puoi dire anche tu, come Ulisse, di aver trovato Itaca?
No, anche perché non dovevo trovarla davvero sulla carta. E comunque mi auguro di non trovarla mai, almeno non ora. Quando smetterò di ricordare il futuro, allora magari sarò arrivato a Itaca senza accorgermene.

Nelle pagine introduttive della parte del catalogo dedicata ai workshop, compare una cartina dell’Italia e accanto Itaca, la celebre poesia di Costantino Kafavis: parafrasando il poeta greco,Muoversi Insieme si augura proprio che le strade seguite da Marrozzini e i suoi seguaci siano sempre fertili in avventure e in esperienze, lontane da “Ciclopi e Lestrigoni” e altre inutili ambasce. E se c’è un’Itaca da trovare, si troverà. 

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