Scritto da Stannah il 02/10/2013

Ingela Johnson e la terapia occupazionale... in ascolto dei bisogni altrui!

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Intervista di Alessandra Cicalini 

Il più grande desiderio di una persona che ha subito un trauma è di tornare al più presto alla normalità. Non sempre, però, è possibile riottenerla da soli, soprattutto se l’incidente o la malattia che ci hanno colpito hanno inciso pesantemente sulla nostra autonomia. Tra le figure professionali che si adoperano per restituire una quotidianità serena a chi è costretto da un giorno all’altro a ricorrere a qualche ausilio c’è il terapista occupazionale, oggi laurea triennale attivata un po’ dappertutto anche in Italia. Il nostro Paese è diventato luogo di vita e lavoro di Ingela Johnson, terapista occupazionale di origine svedese, che da diversi anni ricopre alla Fondazione Don Gnocchi di Milano l’incarico di coordinatrice del Servizio informazioni e valutazione ausili. “Il nostro corso di laurea in terapia occupazionale è invece tenuto dal professor Egidio Aldo Moia”, precisa la terapista, prima di introdurci, nell’intervista che segue, in una materia assai importante per le persone disabili e le loro famiglie.

Qual è il ruolo principale del terapista occupazionale?
Aiutare la persona che ha subito un incidente o sia affetto da una malattia neurologica a riscoprire le proprie potenzialità psico-fisiche.

Come?
Prima di tutto, il terapista occupazionale sottopone il paziente a un’intervista per capire che cosa gli piace fare e che tipo di cambiamento dovrebbe introdurre nella sua vita per recuperare fiducia in se stesso e autonomia. In genere, viene coinvolta anche la famiglia.

E come reagisce quest’ultima?
Dipende: intanto bisogna distinguere tra il terapista occupazionale che lavora qui da noi e quello che va a domicilio del paziente. Nel secondo caso, è lui l’ospite che entra in casa d’altri e deve inserirsi in un contesto ogni volta diverso.

Ma c’è differenza tra un paziente anziano e uno più giovane?
Non è tanto una questione d’età, bensì di personalità: tra i nostri pazienti ci sono 80-90 enni che sono riusciti a rifiorire attraverso le attività che abbiamo loro suggerito. In altre strutture, si lavora anche con i bambini, che spesso abitano a casa loro, e in quel caso si utilizza anche il gioco.

Quali sono le attività che i pazienti praticano da voi?
Veramente moltissime: si va dal cucinare al lavorare il legno o la creta, dal giardinaggio al lavare i piatti. Come dicevo, tutte le attività sono interessanti e/o significative per la singola persona.

Il terapista occupazionale lavora in equipe con altri?
In genere con il fisioterapista e il neuropsicologo. Di solito, il paziente arriva da noi su prescrizione di un fisiatra che gli propone ad esempio 20 sedute di fisioterapia e 20 di terapia occupazionale. Capita, poi, che alla fine delle sedute, si decida di proseguire con la terapia occupazionale non più da degenti, ma ambulatorialmente.

Che differenza c’è tra voi e un educatore-animatore, spesso presente anche negli ospedali?
Prima di tutto nella preparazione di base: i terapisti occupazionali sono operatori sanitari a tutti gli effetti con competenze specifiche nelle patologie neurologiche. Inoltre, è diversa la nostra metodologia: il rapporto tra noi e il paziente è sempre di tipo personale, al limite si lavora in gruppi di massimo 2-3 elementi. Infine, partendo dagli interessi/bisogni del singolo, potrebbe essere che ci limitiamo a suggerire una passeggiata, se passeggiare è il desiderio più grande del paziente: non dobbiamo per forza coinvolgerli in qualche attività più impegnativa, insomma.

Quali sono lei requisiti principali richiesti a un terapista occupazionale?
Essere interessati a occuparsi di persone in difficoltà e avere attitudine alla relazione.

Per lei è stato così?
Senz’altro. In più, mi piaceva lavorare con le mani, che nella terapia occupazionale sono viste come il prolungamento della mente.

Nel suo Paese c’erano da tempo percorsi di studio ad hoc in questo ambito: che situazione ha trovato in Italia quando si è trasferita qui?
Molto diversa inizialmente, anche se il linguaggio parlato dai terapisti era lo stesso a livello mondiale già da tempo. La disciplina è nata infatti nel 1917 in Usa, poi, nel Secondo dopoguerra, si è diffusa in Europa, prima dando maggiore risalto al recupero motorio dei tanti invalidi sopravvissuti al conflitto. Con il passare del tempo, invece, si è messa al centro la persona anziché il malato, unendo cioè alla sfera fisica anche quella psicologica e affettiva. Via via, poi, il corso da terapista occupazionale è diventato di tipo universitario, tanto che oggi, per frequentarne uno, è necessario superare un test di ammissione.

Una volta conclusi gli studi si trova lavoro?
Direi di sì, almeno nel nostro caso: a sei mesi dalla laurea, il 90% dei nostri studenti trova un qualche tipo di impiego.

Il suo ruolo alla Don Gnocchi è però un po’ diverso: che cosa fa una coordinatrice del Servizio informazione e valutazione ausili?
Aiuto a riprogettare l’ambiente in cui vive una persona disabile. È infatti l’ambiente che deve riadattarsi alla persona, non il contrario. In concreto, parlo con il progettista o con il semplice muratore suggerendogli come ristrutturare il bagno in maniera da permettere a chi lo userà di entrarci e adoperarlo per bene.  A volte, il disabile sarà costretto proprio a cambiare casa, di qui l’importanza dei nostri consigli sui bisogni concreti della persona che vi andrà a vivere.

Non tutti i disabili, però, hanno gli stessi bisogni: come capirli esattamente ogni volta?
In effetti, è un problema che ho riscontrato con l’aumento degli stranieri che vivono in Italia: oggi lavoriamo sempre più spesso con culture diverse, che spesso hanno anche obiettivi differenti di vita. Anche in questo caso, siamo sempre noi a dover adeguare il nostro approccio al loro.

Per superarlo, presumiamo, Ingela Johnson utilizzerà anche la sua capacità di esprimersi in tre lingue diverse… a dimostrazione ulteriore che per fare il terapista occupazionale bisogna essere davvero aperti al dialogo e all’ascolto degli altrui bisogni. Da Muoversi Insieme, grazie per l’interessante lezione… pratica e teorica!

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