Mario Dondero, il fotografo innamorato dell'umanità

Scritto da Stannah il 02-10-2013

Intervista di Alessandra Cicalini

“Le piace questa cravatta?”. All’appuntamento Mario Dondero, il fotogiornalista più blasé d’Italia, arriva con un leggero ritardo. Ma arriva e “il ciak si gira” scatta in un lampo. Voleva essere elegante per l’appuntamento, dice, perciò si è messo quella cravatta, che sì, è di un bel verde oliva. Mario dice che l’ha pagata pochi euro, ma chissà se è vero, considerato quel che scrivono di lui i numerosi amici di questo signore della fotografia in bianco e nero, assolutamente (anche se non per pregiudizio ideologico, come poi preciserà) analogica, nato a Milano (ma genovese nell’essenza, com’era suo padre) il 6 maggio del 1928. Molti di loro fanno i giornalisti e gli scrittori, di qui i ritratti sempre molto letterari apparsi sui media. Due anni fa, per esempio, gli è stato dedicato un libro intitolato Dondero 4 20, per i suoi ottant’anni o anzi, per meglio dire, per i suoi vent’anni ripetuti quattro volte. Perché Mario non si sente proprio vecchio, anche se ha accettato di buon grado di incontrare Muoversi Insieme, forse per uno scopo più alto. Al fotografo interessato principalmente all’umanità dei soggetti immortalati nella sua lunghissima carriera piuttosto che alla qualità estetica dell’inquadratura adottata, preme parlare di generazioni, di memoria e di speranza, legati da fili fragilissimi che rischiano di spezzarsi, come racconta nell’intervista che segue. Buona lettura.

Che idea ha del tempo, suo personale?
Non so bene se sono nella seconda, terza o quarta età. In tutti i modi, direi che la vita mi ha abbastanza risparmiato sul piano fisico.

Tra poco presiederà la giuria del Premio Chatwin-camminando per il mondo: è vero che va sempre a piedi?
Sì, non ho la macchina e trovo che camminare e prendere i mezzi pubblici renda più allegri: si fanno degli incontri, si parla, ci si sente dentro la comunità, il che è un tonico dello spirito molto importante. E poi sa perché non mi sento vecchio?

Perché?
Perché amo le donne (ha appena scherzato simpaticamente con una giovane cameriera, scegliendo il thè “Lingua di fuoco”)… la verità è che io ho sempre amato l’amore e trovo che non sia affatto vero che sparisce con gli anni. L’unica cosa che cambia è che si può essere affetti da difetti fisici che non si aveva da giovani, ma l’immaginario legato all’amore è sempre permanente. Quando si è perso questo, si è davvero passati nella quarta età.

Che poi può succedere anche da giovani di smarrirlo, non crede?
In effetti trovo che ci sia una crisi delle relazioni umane piuttosto preoccupante: per me il simbolo di questo è l’ipermercato. Prima c’erano i caffeucci, l’ortolano, le botteghe, se invece trasferisci la vita nel centro commerciale, quando si sono spente le luci è finito tutto. Ma sei sicuro che non ti piace la mia cravatta? (Al nostro tavolino si è unito anche Carlo Madesani, il responsabile di Camera 16, una galleria fotografica di Milano che ha organizzato una mostra sulle foto di Mario che aprirà il prossimo 11 novembre: la cravatta cambia collo).

Come vede il nostro tempo, quindi?
Sento un declino nazionale molto forte: mi sembra che si stiano smarrendo la simpatia, l’allegria e addirittura la speranza. Forse quest’ultima è solo occultata, in ogni caso bisogna farla rinascere.

Come?
Bisogna che chi ha vissuto intensamente passi il testimone parlando con i giovani. Spesso vado nei licei e nelle università e scopro che molti studenti ignorano pagine importanti della storia, non per colpa loro. Invece la memoria della storia va conservata come lezione per il futuro perciò uso la mia piccola tribuna di giornalista come via d’uscita dalla solitudine.

Anche la sua personale? La spaventa la solitudine?
Direi di no. Invece sono un cultore della “reverie”, alla francese: per esempio mi piace guardare il mare in tempesta, particolarmente il Tirreno, il mare della mia infanzia a Camogli, oppure quello del Nord Europa: ad Aberdeen, in Scozia, i pescherecci stanno in verticale rispetto all’onda…

Ha buona memoria?
Medicalmente mi pare di averne una forte del passato remoto e più debole del prossimo. Mi pare che sia un classico dell’invecchiamento, no?

Dicono…  Da poco è stato insignito del premio “Città del diario” a Pieve Santo Stefano, dedicato ai linguaggi della memoria: in generale che cos’è la memoria, per lei?
Ricordarsi dei momenti significativi del passato. Per esempio, andare sulla tomba di Robert Capa: se ho fatto il fotografo lo devo a lui (Mario e Carlo, molto probabilmente, partiranno a dicembre per un viaggio in Usa coast to coast, però a bordo dei pullman Greyhound, per un reportage sulle foto inedite da poco ritrovate di uno dei fondatori dell’agenzia fotografica Magnum e della sua fidanzata Gerda Taro: nella foto a destra la stretta di mano che ha suggellato il progetto).

Che cosa le piace di Robert Capa?
Non tanto il suo coraggio nell’affrontare il rischio bellico, ma il suo sguardo umano, la sua capacità di narrare la storia con un occhio semplice senza elemento estetico sovrapposto. Per me è un modello di umanità.

Su internet gira un video molto bello realizzato dagli studenti dell’università di Teramo in cui lei dice di non aver mai badato troppo all’aspetto artigianale della fotografia: non le piaceva stare in camera oscura, preferiva stare all’aperto…
Ho detto così? In effetti è vero, l’aspetto artigianale m’interessa nella misura in cui mi serve.

Allora perché usa solo la fotografia analogica? Il digitale, in fondo, può essere più comodo…
Ma io non ho una preclusione ideologica al digitale, che tra l’altro ti permette di fare foto in tutte le condizioni, per esempio anche quando la luce è scarsa. Diciamo che a esserne rovinati sono i fotografi, mentre nel campo della narrazione il digitale funziona bene. E poi ho paura che si possano perdere nel computer (nel frattempo Mario ha salutato Giovanni Marrozzini, un giovane fotografo, interessandosi dei suoi progetti futuri: gli stringe la mano quando sente che anche lui usa la pellicola).

Si considera un uomo di talento, un artista o che cos’altro?
Sono un sostenitore delle attività plurime, anche se nella vita ho fatto in prevalenza foto. Per esempio, mi piace molto la radio (è appena tornato dalla festa per i sessant’anni di Radiotre). In generale, non voglio essere incastonato in un cassetto, anche se in Francia sono stato classificato come fotografo letterario per un solo scatto (la celebre foto che ha segnato la nascita del gruppo del Nouveau roman). Devo dire però che quando do consigli ai giovani dico sempre di trovarsi una loro nicchia, cioè di specializzarsi in qualcosa che nessun altro sa fare.

Che cosa l’appassiona particolarmente?
Senz’altro la politica, anche se i romanzi spesso attraversano le epoche meglio di quanto facciano i libri storici (poco prima si è accorto che ha dimenticato da qualche parte un libro in francese diVasilij Grossman e manda Carlo a cercarlo che per fortuna lo ritrova. Quindi lo mostra al giovane fotografo e ai suoi amici). Due anni fa sono stato annoverato, chissà perché, in un lotto di intellettuali (c’era anche Edoardo Sanguineti che Mario ha fotograto negli anni Sessanta, come si vede nella foto a sinistra) per parlare durante un programma radiofonico di cinque libri per me significativi.

Posso saperne i titoli?
Certo, sono tutti da consigliare ai lettori: Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, La luna e i falò di Cesare Pavese, Il deserto della Libia di Mario Tobino, Autoritratto di un reporter di Ryszard Kapuściński e Pappagalli Verdi di Gino Strada.

Ha realizzato un reportage dall’Afghanistan visitando l’ospedale di Emergency: perché consiglia il libro di Strada?
Sa che cosa sono i pappagalli verdi? Sono mine anti-uomo di fabbricazione sovietica, ma in Afghanistan se ne trovano anche di italiane: si tratta delle pericolosissime Valmara (in una sua foto si vede un bambino afghano che ne tiene una in grembo come fosse un giocattolo).

Ha fatto il partigiano quand’era molto giovane. Che ricordo ha di quella esperienza?
Avevo diciassette anni, sono stato in Val d’Ossola per quattro mesi fino al grande rastrellamento del ’44: mentre la vivevo non mi rendevo conto di quel che rischiavo. L’ho capito dopo. Una volta ero a Mathausen e guardando nel sacrario degli italiani, ho visto la piccola foto di un ragazzo nato il 6 maggio del ’28 come me: lui era morto, io no. È stato un colpo molto forte.

Il telefonino di Mario squilla più volte finché decide che sia meglio spegnerlo. Non riesce a schiacciare il tasto giusto, così fa in tempo a organizzare una serata a casa sua rinnovata in “stile Rive Gauche Cinquanta” forse in ricordo dei suoi quasi quarant’anni vissuti a Parigi, con il suo amico scrittore Angelo Ferracuti. Soprattutto, comunica alla sua compagna e a una giovane amica dove si trova il bar in cui sta bevendo il suo thè “infuocato”. Mentre sta dicendo che tra le sue “attività plurime” gli piace cantare, ballare e conclude lanciando un’appassionata dichiarazione d’amore al Genoa, la sua squadra del cuore “filosofica” (chissà poi perché), arrivano le due donne e Mario chiede, non si sa bene a chi: “Non trovate che ci sia un’atmosfera erotica?”.
La risposta esatta è certo che sì: c’è tutto l’eros di una vita speciale, passata a illuminare volti di povera gente o di personaggi famosi (a destra, un intenso ritratto del poeta Giorgio Caproni) senza neanche bisogno del flash.
Da Muoversi Insieme, ancora grazie.