Scritto da Paolo Ferrario il 12/04/2012

Le tradizioni e le nostre personalità nel tempo attuale

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Ogni innovazione è una tradizione ben riuscita“. In questa incisiva frase di Carlo Petrini, il fondatore dell’associazione “Slow Food” e poi promotore dei meeting di Terra Madre, è contenuto in modo efficace il dilemma entro cui si sviluppano i cambiamenti dell’epoca in cui stanno vivendo le giovani e vecchie generazioni. In quest’articolo prenderemo in esame il tema della coppia tradizione/innovazione nelle loro conseguenze sulla vita quotidiana delle persone. E’ proprio in tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando noi abitatori della vecchia Europa che si fanno più vive le domande “chi siamo ?” e “dove stiamo andando ?”.
Tradizione” deriva dal latino “tradere“( = consegnare oltre). La tradizione è, dunque, la trasmissione orale e scritta di qualcosa che è ritenuto prezioso e importante per le generazioni successive: notizie, testimonianze, ricordi, proverbi, abitudini. Ecc. capaci di orientare le decisioni e i comportamenti. Tradizione e Innovazione stanno agli estremi: la prima parla del passato, la seconda guarda al futuro. Possiamo concretamente rappresentarle come degli occhiali con cui guardiamo il mondo, proprio perché la specie umana (che è la forma vivente culturale per eccellenza) stabilisce il suo rapporto con la realtà attraverso le proprie visioni culturali.
Con il filtro della tradizione restiamo legati a modelli culturali e comportamentali già sperimentati e caratterizzati dalla continuità. Con l’innovazione ci apriamo verso prospettive future e verso l’invenzione di elementi culturali nuovi che ipotizziamo possano garantire l’evoluzione delle strutture mentali e comportamentali dell’uomo. E sappiamo quanto, sul crinale del 2000, sia cambiato il contesto socioeconomico, come i mass media invasivamente ci aggiornano con un’informazione perlopiù orientata al pessimismo delle previsioni. Siamo in una fase di passaggio che provoca disorientamento e in cui dobbiamo ricostruire nuovi criteri su cui provare a costruire le nostre esistenze.
Il mondo che sta alle spalle aveva tanti limiti e debolezze, ma era strutturato su un equilibrio fra attribuzioni di valore e realtà che permetteva all’uomo di “pensare a se stesso come a un essere né casuale, né precario, in un ordine coerente di fenomeni, fatti, ricordi, speranze, progetti” (C. Lapucci). La cultura offre modelli interpretativi della realtà, cioè schemi che consentono di riconoscere nelle situazioni gli aspetti importanti che aiutano le persone ad agire. Si tratta di “saperi già pronti” e sperimentati attraverso i quali è più facile, rapido e automatico vedere gli obiettivi che ci interessano e agire di conseguenza. E’ questa la forza delle tradizioni, che, tuttavia, diventano un limite quando quei vecchi modelli cognitivi e operativi non sono più in grado di intervenire sulla realtà che cambia sotto l’impulso dell’economia e dello sviluppo scientifico e tecnico.
Quegli antichi depositi del sapere tradizionale sono stati scandagliati da minuziose ricerche storiche ed etnografiche che rientrano nel campo del “folklore“, cioè lo studio del patrimonio di costumi, arti popolari, letteratura, modi di dire, canti e danze, ecc., tipici di ogni territorio. l’Italia è un caso a sé, fra i paesi europei. Da noi prevalgono le differenze fra le regioni a clima mediterraneo del sud (con la loro storia di successive colonizzazioni fenicie, greche, arabe, normanne spagnole) e le regioni del nord, caratterizzate dai maggiori contatti con le società industriali del continente. Nasce da qui la discussa concezione della “Italia con gli Io divisi” che porta alla mancanza di etiche nazionali condivise e a un’obiettiva debolezza davanti ai processi economici della cosiddetta globalizzazione. In Italia queste differenziazioni sono state esasperate sia dalle vicende storiche, che l’hanno tenuta divisa per una quindicina di secoli, sia dalla struttura geografica del paese, che va da una dorsale montuosa alpina a territori immersi nel mare mediterraneo che si affacciano sull’Africa.
Conoscere i fondamenti antichi della nostra cultura significa anche renderci più padroni di quella parte nostre motivazioni che provengono dal lontano passato, anche per metterli a verifica critica rispetto alle esigenze del tempo presente. Il modo più affascinante per accostare i vasti repertori delle tradizioni popolari è quello di vedere le due grandi articolazioni con cui è possibile leggerle o partecipare alle esperienze collettive di partecipazione che le manifestano, come le feste, i canti, le danze.
Un primo repertorio è quello che associa i singoli eventi rituali al ciclo della vita umana: nascita, crescita, giochi, fidanzamento, nozze, morte e pianti funebri. Resta classica, con riferimento a questo sguardo, la teoria dei riti di passaggio di Van Gennep (1909),
nella quale si mostra come i vari momenti della vita evolutiva delle persone devono esser inquadrati in momenti rituali propiziatori. Proprio perché il passaggio da una situazione all’altra genera incertezza e paura individuale, allora occorre un sostegno collettivo che dia una relativa sicurezza a quanto sta avvenendo. Psicologi ed educatori sono oggi i più sensibili interpreti del fatto che la mancanza di consolidati ed aggiornati riti di passaggio possono generare sofferenze e patologie nelle persone.
Un secondo repertorio è quello delle feste ed usanze collegate al ciclo annuale: inizio anno, Carnevale, Quaresima e Pasqua; Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Fra le davvero tante pubblicazioni si può ricordare, per la cura analitica, Lunario, dodici mesi di miti, feste, leggende e tradizioni popolari d’Italia, di Alfredo Cattabiani. Sono queste le storie che più ci legano ad un’altra fase dello sviluppo economico. l’agricoltore arcaico, al momento della morte dei vegetali da cui dipendeva la sopravvivenza, non era sicuro (come, con esiti alterni, lo siamo oggi) della futura rinascita. E allora gli eventi favorevoli venivano ritualmente anticipati con celebrazioni destinate a propiziare la fertilità dei campi e degli animali. Il già citato movimento “Terra madre” attualizza in chiave produttiva queste intenzioni attraverso il progetto delle “comunità del cibo“, cioè gruppi di persone che producono, trasformano e distribuiscono cibo di qualità in maniera sostenibile e con forti legami al territorio. Nei rituali collettivi del ciclo annuale diventa possibile valorizzare il trascorrere delle stagioni. Ecco allora i “giorni della merla” per ricordare la recrudescenza dl freddo. E poi la stagione delle fioriture primaverili e il proverbio “per tutto aprile non ti scoprire”, a ricordare che possono ancora essere possibili le gelatine che farebbero morire i semi. In compenso il corpo può rilassarsi ancora un po’: “Aprile, dolce dormire“. Ma è anche il tempo dei riti e delle processioni religiose. Qui basta pensare alla Pasqua, che è una festa mobile perché si basa sulla luna: cade la domenica successiva al plenilunio, che segue l’equinozio di primavera. Poi arriva Maggio, anch’esso circondato da cautele: “Chi ha della legna per maggio la tenga“. A Giugno il clima cambia in modo più deciso: “d’aprile non ti alleggerire, di maggio non te ne fidare, di giugno fa quel che ti pare“. Celebri di questo mese sono le infiorate del Corpus Domini. Piace qui rimandare a quella di Genzano, mirabilmente descritta e corredata da immagini in uno scritto di Sandro Russo e pubblicata sul sito della Scuola di scrittura Omero. Fermiamo qui i brevi accenni alle tradizioni primaverili, che riprenderemo dopo la fine dell’estate per parlare di quelle autunnali ed invernali.
Da quanto sia pur brevemente detto, appare che le tradizioni svolgono le funzioni culturali di offrire qualche elemento di sicurezza davanti agli eventi imprevedibili della vita. Ma, proprio per dimostrare che non abbiamo divagato per esorcizzare le paure di questo periodo storico difficile, ci avviamo alla conclusione proponendo una ricerca recentissima dal titolo “La crisi ci fa scoprire la solidarietà“. E’ vero che sono cambiate le abitudini di consumo, rinunciando ad oggetti carichi di aspettative. Nello stesso tempo, secondo questi ricercatori, “cresce l’attenzione al bene comune, alla dimensione etica, a ciò che è giusto per tutti” . E’ entrato in crisi un modello di sviluppo che fa, tuttavia riscoprire valori che si credevano perduti e nuove forme di solidarietà. Matura una consapevolezza basata sull'”esserci di persona”, di “non sentirsi più estranei”, di riconsiderare i legami che già ci sono. Nel 2001 il 51 % riteneva di essere più attento rispetta al passato a ciò che è meglio per la società: nel 2012 questa percentuale è crescita al 62%. Nel 2001 il 50% degli intervistati sentiva la necessità di manifestare atti di solidarietà: cresce al 56 % nel 2012. Le propensioni all’acquisto di prodotti equo solidali passano dal 28 % al 43 %. La necessità di impegnarsi per migliorare la situazione attuale cresce dal 28 al 38%.
Si tratta di piccoli segnali che rivelano una lenta mutazione in atto nel quadro del crinale “tradizione/innovazione” evocato all’inizio. Se è vero, come speriamo, che ci siamo fermati sull’orlo del baratro, forse stanno emergendo nuove tavole di valore.

Bibliografia
Buttarini Carlo, La crisi ci fa scoprire la solidarietà, T – Mag il Magazine di Tecnè, 2012
Carlo Lapucci, l’età del focolare, Ponte alle Grazie, 1991
Carlo Petrini, Terra madre, come non farci mangiare dal cibo, Giunti/Slw Food editore, 2009
Tullio-Altan, Antropologia, storia e problemi, Feltrinelli, 1983
Elémire Zolla, Cos’è la tradizione, Adelphi, 1998

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