Daniele Cinciripini, ritratto di un fotografo che sa mettersi in gioco

Scritto da Stannah il 02-10-2013

Daniele CinciripiniDaniele Cinciripini parla spesso di Dna personale e di desiderio di mettersi in gioco, due caratteristiche che di sicuro userà per realizzare i suoi intensi ritratti fotografici. Dotato di una vocazione che affonda le radici sulle origini stesse della fotografia, l’artista (a sinistra, un suo autoritratto) nativo di San Benedetto del Tronto (Ap), classe 1959, ha deciso solo da pochi anni di dare ascolto al “clic” scattato dentro di sé all’improvviso. Con energia davvero rara, è così riuscito nel giro di un lustro circa a portare a termine diversi lavori insigniti da premi nazionali prestigiosi, di cui un paio dedicati agli anziani. Grazie al primo dei due, intitolato Anche il cielo ha queste nuvole, l’artista è entrato in contatto con l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, diventando photo-editor del loro semestrale Prima Persona. Con il secondo, intitolato Simili ai fiori che bucano la neve, da cui ha ricavato anche una bellissima mostra, Cinciripini ha raccontato la storia del suo paese natale soffermandosi su volti e parole della generazione che l’ha preceduto. A spingerlo verso la storia locale, in verità, c’era un motivo assai più personale: il desiderio di conoscere meglio, o comunque in maniera differente, i suoi genitori.
Di questi ultimi e di molto altro, il fotografo ha parlato a Muoversi Insieme nell’intervista che segue.

Fotografare i tuoi genitori è stato difficile?
All’inizio pensavo di sì: di solito siamo abituati ad avere con i cari rapporti frettolosi, magari relegati ai fine settimana. Però un domani mi sarebbe troppo dispiaciuto non averli fotografati nei loro momenti di intimità. Ho infatti pensato che sarebbe stato importante sia per loro che per me riavvicinarsi metaforicamente un po’ di più.

E com’è andata?
Bene… considera che ho chiesto a mia madre di farsi ritrarre seminuda, mentre a mio padre, ex professore di matematica, colpito da ictus qualche anno fa, ho domandato di scrivere delle formule sulla lavagna. Per lui è stato uno sforzo fisico grande, ma entrambi non si sono sottratti, mostrando molta disponibilità e secondo me c’è stato un avvicinamento tra di noi.

Com’è cambiato il tuo modo di fotografare rispetto a quando eri ragazzo? So che con i primi denari guadagnati a diciotto anni hai voluto una vespa e una fotocamera…
Molto, perché mi sono successe molte cose. Sono stato vari anni senza fotografare, se non in vacanza e con una certa leggerezza. Finché ho cominciato a sentire come se mi mancasse qualcosa, come se avessi dei nodi da sciogliere.

C’entrano qualcosa le tue vicende lavorative? Una delle tue opere, La faccia della crisi, parla del licenziamento che hai subito insieme con altri per la chiusura dell’azienda di cui eri dipendente. 
No: ho ripreso a fotografare prima di vivere questa esperienza. E poi, sai, per molti anni sono stato libero-professionista e ho sempre dovuto lottare per rimanere visibile ed essere apprezzato. Direi anzi che questo allenamento a cercare le energie dentro se stesso mi è oggi di grande aiuto.

Come hai conosciuto l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano?
Dopo aver vinto nel 2008 il premio Flavio Paganello-RoveretoImmagini, con il lavoro ambientato in ospizio, mi hanno contattato per le foto da pubblicare su un numero dedicato al malessere e alla malattia. Nel frattempo, ci siamo conosciuti meglio e dall’anno scorso mi hanno proposto di diventare il photo-editor del loro semestrale. Per me è stato un grande onore.

Di che cosa tratterà il prossimo numero di PrimaPersona?
Stiamo preparando una monografia su Saverio Tutino, il fondatore dell’Archivio diaristico e della Libera Università dell’aubiografia di Anghiari, scomparso nel novembre scorso. Stavolta non sto selezionando foto di autori famosi, ma sono impegnato in una ricerca iconografica su questo grande personaggio della cultura e della società italiana.

Hai fatto in tempo a conoscerlo?
Purtroppo no: ero al Sifest, il festival della fotografia di Savignano, proprio nei giorni in cui Tutino era a Pieve. Di recente, però, ho conosciuto sua moglie, Gloria Argelés, una scultrice bravissima oltre che una donna ancora molto bella. Con lei abbiamo cominciato a scegliere le foto di famiglia, poi guarderò l’archivio dell’Unità e della Repubblica, giornali con cui Tutino aveva lavorato.

Nel tuo lavoro sugli anziani sambenedettesi hai utilizzato le domande biografiche stilate dal professor Duccio Demetrio: come mai questa scelta? 
In realtà, le norme di Demetrio erano dentro di me come canovaccio: le mie non erano domande preconfezionate, ma nel dialogo cercavo di fare in modo che alla fine si potesse determinare il filo conduttore della loro esistenza, lasciando che venissero fuori le persone, gli oggetti, gli eventi e i luoghi, importanti per ciascuno degli intervistati sia in senso positivo che negativo.

Accanto ai ritratti fotografici comparivano anche i loro racconti autobiografici: non hai temuto che le parole depotenziassero l’effetto emozionale suscitato dalle immagini?
Direi proprio di no: semmai, ho temuto che le foto raccontassero solo quello che io avevo visto di loro. Così ho lasciato che fossero gli anziani stessi a parlare della propria vita. Oltretutto, nella scelta delle persone da intervistare e durante i singoli incontri, mi sono fatto aiutare da Benedetta Trevisani, la presidentessa del Circolo dei Sambenedettesi, un’associazione impegnata nel recupero del passato della nostra cittadina, caratterizzata dalla presenza di molti mestieri legati al mare, ma anche da altri che oggi non esistono più.

C’è stato qualcuno che ti ha comunicato le sue impressioni sul proprio ritratto?
Sì. Mi ha colpito in particolare Domenico Nico, il funaio (foto a destra): ci siamo rivisti in un bar perché potesse rileggere la bozza dell’intervista. Anche questa, tra l’altro, è una regola di Duccio Demetrio: rileggersi è molto importante. Insomma, Domenico si è messo a piangere a un certo punto. Dopo un po’, gli ho mostrato la sua fotografia e lui si è sorpreso perché non si è riconosciuto.

Si trovava diverso?
Diversissimo, meno “bello”, meno scultoreo di come è apparso a me. Ed è successo perché la foto è frutto della relazione che ho stabilito con lui prima di scattare.

L’altro lavoro dedicato agli anziani parla di malattia e di ospizio, che tu hai scelto di raccontare attraverso gli oggetti dei degenti e un unico ritratto. Con qualcuno di loro hai parlato?
Solo con la signora che appare nel ritratto, sfocato volutamente per esprimere il sentimento dell’assenza, quella che si prova quando la malattia ci ha feriti. Di lei ricordo molto bene le seguenti parole: “Oggi molte persone vengono tenute in vita grazie ai farmaci, mentre ai miei tempi, quando un familiare stava male seriamente, veniva spostato con il suo letto vicino al camino e quello, piano piano, in pochi giorni si spegneva”. Quella signora era ricoverata nell’ospizio di Savignano, uno dei due in cui ho scattato, perché non aveva parenti che potessero occuparsi di lei.

Ti è capitato di dover assistere i tuoi genitori: non pensi che sia questo il momento che segna definitivamente il passaggio all’età adulta?
Ritengo che nel Dna di ciascuno di noi ci sia la capacità di stare vicino alle persone care nelle situazioni difficili: in ogni caso, aver fotografato mia madre prima dell’intervento che ha subito mi ha permesso di accudirla ancora meglio.

Con il passare del tempo, ti vai sempre più orientando verso l’autobiografia e l’autoritratto: come mai? 
L’autoritratto rafforza la mia idea della fotografia di relazione, quindi fotografarmi significa mettermi ancora più in gioco, ossia donare una parte di me stesso.

Non credi che, invecchiando, aumenti in noi il desiderio di parlare di se stessi? 
Sicuramente, altrimenti non avrei ripreso a fotografare! Quel clic che mi ha spinto a riprendere è venuto proprio dal desiderio di lasciare qualcosa, piccole orme, che chissà se qualcuno raccoglierà.

Dai molta importanza alle tecniche antiche di stampa, come la platinotipia. Chi ne resta più impressionato: i giovani o gli adulti/anziani?
Ultimamente, a Fano, a una serata di presentazione dei miei lavori, c’erano molti giovani che ne sono rimasti sconvolti e mi hanno chiesto di fare un corso su questa antica tecnica. In generale, il mio obiettivo è diffondere l’amore per la fotografia, recuperandone le radici più antiche, a beneficio di un pubblico il più possibile ampio, non solo della cerchia degli appassionati. E il fatto che abbia vinto il premio Fotoleggendo proprio usando la platinotipia, mi dice che il mio messaggio può essere compreso.

Negli allestimenti delle tue mostre e nella realizzazione delle pubblicazioni sulle tue opere ti rivolgi spesso anche ad altri professionisti : un bravo fotografo, dunque, è anche capace di lavorare in équipe?
Certamente: non siamo detentori di tutto il sapere, quindi è estremamente importante aprire mente e cuore agli altri. Così facendo, ho imparato molto, ma devo dire che anche gli altri hanno imparato molto da me.

Ci crediamo ciecamente: una persona dotata di una così grande energia vitale lascia sempre il segno… da Muoversi Insieme, grazie per la lezione di fotografia… e di autenticità!

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