Intervista a Fiorella Marcellini

Scritto da Stannah il 02-10-2013

Fiorella MarcelliniLo sfondo del logo è giallo, come nello “smile” inventato per gli adolescenti di qualche decennio fa (e ora finito negli emoticon dei cellulari), gli stessi che oggi, probabilmente, stanno occupandosi dei loro anziani genitori alle prese con i primi acciacchi. Proprio all’idea di una vecchiaia sorridente, si rifà l’acronimo del progetto europeo SMILING, che sta per “Self Mobility Improvement in the eLderly by counteractING falls”, ossia, in italiano, “Miglioramento della mobilità personale dell’anziano attraverso la riduzione delle cadute”. Nell’iniziativa sono stati coinvolti undici partner internazionali, ma capofila è l’Italia, attraverso l’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (in sigla, Inrca) di Ancona, sede nazionale dell’importante istituzione da più di un secolo impegnata nella cura e nella ricerca scientifica a beneficio degli anziani. Da pochi giorni si è chiusa la prima fase della sperimentazione che ha coinvolto venticinque over 65 marchigiani secondo i criteri stabiliti dal progetto. Dell’obiettivo di “SMILING” e dei prossimi passi in programma, “Muoversi Insieme” ha parlato con Fiorella Marcellini, coordinatrice del progetto internazionale.

Come è nato “SMILING”?
Per volontà dell’Unione europea, che da tempo sostiene la ricerca scientifica nel campo dell’Information and Communication Technology a favore degli anziani. Tecnicamente, il progetto è finanziato nell’ambito dell’European Community’s Seventh Framework Programme (FP7/2007-2013), sotto grant agreement, numero 215493. Il suo scopo è costruire una nuova tecnologia che aiuti gli anziani a contrastare le cadute. Come è noto, infatti, il problema delle cadute, con le rispettive conseguenze che comportano sul piano fisico e sociale, affligge circa il 30%  della popolazione anziana che vive in casa propria, con percentuali maggiori nelle persone con più di 80 anni di età.

Chi vi partecipa oltre all’Italia?
La Slovacchia, Il Regno Unito, l’Olanda e la Svizzera, e Israele, ma da ciascuno di questi stati provengono più centri di ricerca, aziende e università. Insomma, siamo un vero e proprio network internazionale. Io stessa, del resto, sono affiancata da due valide professioniste: Maria Bulgheroni di Abacus, ingegnere coordinatrice tecnica del progetto, e Simona Bar-Haim di Step of Mind, ricercatrice israeliana, esperta in riabilitazione. Siamo un pink-team, come definito dai colleghi uomini!

Che compito ha l’Inrca nel progetto? 
All’interno del Consorzio gli è affidato il coordinamento e la gestione delle attività di progetto, oltre a porsi come sito di ricerca e di sperimentazione dei prototipi del sistema SMILING. Nel nostro ospedale, infatti, professionisti e fisioterapisti stanno lavorando con gli anziani volontari; l’interesse di ricerca del nostro istituto, inoltre, è rivolto anche alla valutazione dell’accettazione della nuova tecnologia da parte degli anziani.

In che senso?
Il bisogno di tecnologia a sostegno dell’anziano è sempre più evidente. Le istituzioni stesse richiedono la presenza di nuove soluzioni che possano favorire l’erogazione di servizi socio-sanitari a integrazione di quelli già esistenti. Questa necessità è motivata dall’incremento degli anni di disabilità cui una persona va incontro, una delle conseguenze dell’aumento nelle aspettative di vita. In questo senso, la tecnologia può colmare il divario tra servizi offerti e nuovi bisogni espressi dall’anziano.

Quanto sono conosciute le nuove tecnologie dagli anziani?
Dipende dalle nazioni: in Italia, ad esempio, la maggior parte degli anziani conosce e utilizza solo alcuni tipi di tecnologie, come la tv, mentre su altre hanno ancora molte riserve. Nel caso di sistemi complessi come SMILING, la tecnologia da sperimentare potrebbe quindi creare resistenza nell’accettazione sia da parte degli utenti finali (gli anziani) che degli operatori (i fisioterapisti).

In che cosa consiste la sperimentazione?
Attualmente, SMILING è giunto alla fase di validazione dei prototipi, oltre che da noi, anche inIsraele e a breve partirà in Svizzera e Slovacchia: qui ad Ancona il trial si svolge nell’Unità operativa di Recupero e riabilitazione funzionale, all’interno del Laboratorio di Analisi del Movimento diretto da Giacomo Ghetti.

In che modo?
Durante le otto settimane previste per la validazione, di cui quattro effettuate con il sistema SMILING e quattro con il sistema non attivo, come controllo, gli anziani partecipano a sessioni di allenamento caratterizzati da gradi di difficoltà crescente che però tengono conto delle capacità da loro acquisite volta per volta. In tutto, i pazienti vengono testati tre volte, all’inizio, durante e alla fine del training, riguardo alla velocità dell’andatura, lo stato funzionale e psicologico e l’accettazione delle nuove tecnologie da parte loro e degli operatori che li assistono.

Gli anziani indossano durante gli allenamenti “scarpe speciali”: sono molto diverse dalle scarpe comuni?
Sì. Le scarpe SMILING consistono in un dispositivo controllato in maniera computerizzata, che il soggetto indossa sotto la suola delle scarpe. In dettaglio, il sistema è composto di tre sottocomponenti: un dispositivo da applicare sotto la scarpa che, durante gli esercizi, produce cambiamenti casuali nella suola riguardanti l’altezza e l’inclinazione, nel rispetto dei parametri di sicurezza; poi c’è  un piccolo sensore (simile a una scatola di fiammiferi), applicato sul retro della scarpa, per la registrazione e l’invio dei dati rilevati durante gli esercizi; infine, è prevista un’unità di controllo, simile ad un telecomando, per la personalizzazione del training, che include una memoria di dati e un’interfaccia dell’utente per l’interattività del training motorio.

Che cosa devono fare in concreto gli anziani, una volta che hanno indossato le scarpe speciali?
Eseguono una serie di esercizi psicomotori, anche complessi: per esempio, contare all’indietro da dieci a uno o far passare la palla attorno alla vita mentre camminano. Nel frattempo, il sensore manda segnali al computer che registra tutti i loro cambiamenti di postura. Il fondamento scientifico dell’idea progettuale si basa sulla teoria del caos e sulla teoria dinamica dei sistemi.

Che cosa vuol dire?
Secondo queste teorie, le perturbazioni possono aiutare gli anziani a ritrovare un nuovo equilibrio: durante il cammino, il sistema produce delle leggere inclinazioni casuali sotto la suola della scarpa, attraverso il movimento di piccoli motori. Queste perturbazioni casuali inducono una risposta nel soggetto, che oltre a camminare con il sistema, dovrà eseguire esercizi di tipo psicomotorio, aumentando il suo grado di attenzione.

Come avete scelto i partecipanti?
In ogni sito di rilevazione, è stato applicato un protocollo di reclutamento, per selezionare i soggetti in base a criteri scientifici ben definiti. Ad esempio, oltre al criterio dell’età, gli anziani dovevano essere caduti almeno una volta durante l’ultimo anno.

Com’è andata questa prima fase?
Molto bene. La sperimentazione prevedeva infatti un intervallo di una settimana tra il primo e il secondo mese di allenamento, con sessioni di valutazione dei miglioramenti. Posso solo dirle che abbiamo sottoposto a domande sulla tecnologia tutti gli utenti, fisioterapisti compresi, e che la maggior parte di loro è molto soddisfatta.

Che cosa succederà o dovrebbe succedere dopo aver concluso il trial in tutti i Paesi partner?
Il debutto sul mercato sarebbe l’ideale… ma per arrivarci ci vorrà del tempo. Come le dicevo, la scarpa è un prototipo: prima di diventare un prodotto commerciale, sono necessari molti passaggi, per esempio, il brevetto e la presenza di aziende interessate alla commercializzazione.

Chi potrebbe acquistarlo: anche gli ospedali?
Più che altro reparti o palestre di riabilitazione: il target a cui il sistema SMILING si rivolge è rappresentato dagli anziani caduti o a rischio di cadere privi di patologie molto gravi, ma che necessitano di un programma di riabilitazione per migliorare la propria abilità nel camminare.

Quindi la scarpa potrebbe essere usata anche a casa propria?
Sì. Infatti, nel progetto originario, avevamo ipotizzato di condurre il trial anche a casa dell’anziano, ma ci siamo resi conto che era troppo complesso e oneroso spostare tutto al domicilio dell’utente. Però, se diventasse un prodotto commerciale, potrebbe accadere. Certo, a una condizione.

Quale? 
Che passi l’idea che si tratti di una tecnologia “user friendly” e soprattutto che la tecnologia sia utile e riconosciuta dagli anziani e dai professionisti come rispondente al bisogno di mobilità.

Possono essere davvero “friendly” le tecnologie per un anziano?
Certamente sì, se fin dalla prima fase di ricerca, le tecnologie venissero progettate sulla base delle opinioni e dei bisogni degli utenti finali, che possono essere gli anziani stessi, i loro familiari o i professionisti che dovranno utilizzare lo strumento. In seguito, dovrebbero essere tenuti in considerazione alcuni criteri indispensabili per promuoverne l’accettazione e quindi anche l’utilizzo, quali la non invasività, l’ergonomia e la sensazione di essere sicuri durante l’utilizzo del dispositivo.

Perché, non sempre si verificano tutte queste condizioni?
Il campo della gerontecnologia e delle ICT a favore dell’anziano risultano essere in pieno sviluppo, come conseguenza dell’invecchiamento demografico che porta nuovi o potenziali consumatori nel mercato: purtroppo, però, ancora oggi le tecnologie sono disegnate per i giovani, anche se qualcosa, per fortuna, sta cambiando.

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